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FASE si racconta: una BUONAVITA è essere autentici

FASE si racconta: una BUONAVITA è essere autentici

Dal palco al bar di Torino, BUONAVITA, il cantautore esplora cosa significa davvero “vivere bene” nel nuovo podcast e nei progetti che portano il suo nome

FASE ex frontman dei Fase39. La tua vita è un’alternanza di fasi”. Qual è la più recente? 

La mia fase più recente è quella in cui non ho più paura di mostrarmi per intero. Di stare dentro al bene e al male senza filtri. Dopo anni passati a essere il cantante dei Fase39, adesso sono solo FASE. Ma quel solo” è pieno di tutto: di vita, di crepe, di rinascite. Sto vivendo un tempo in cui sento il bisogno di raccontare le mie fragilità senza il peso di dover piacere a tutti. È la fase della sincerità. Dell’identità. Del cuore esposto.

Cosa ti ha spinto ad optare per un progetto solista dopo sei lunghi anni passati in gruppo?

Avevo bisogno di libertà. Di sbagliare da solo, ma anche di brillare senza dover chiedere il permesso. I Fase39 sono stati una casa, una famiglia, un laboratorio. Ma a un certo punto ho capito che volevo mettermi in gioco fino in fondo, senza più protezioni o compromessi. Non è stata una fuga, è stata una necessità. L’urgenza di raccontarmi con una voce che fosse davvero mia. Senza intermediazioni. Senza maschere. Solo con canzoni che mi assomigliano.

Il 26 settembre sei uscito con un singolo ambivalente: Stare bene stare male; come vivi questa condizione a metà, tirato tra due poli opposti?

Per me stare bene stare malenon è un titolo: è uno stato mentale. È quel momento in cui sorridi ma dentro tremi. In cui la gente ti vede forte ma tu sai quanto ti costa restarlo. Io vivo in bilico. Non sono mai stato né tutto bianco né tutto nero. Convivo con le mie contraddizioni, ci scrivo sopra, ci faccio musica. E forse è proprio da lì che nasce la mia urgenza artistica: dalla tensione continua tra la luce e il buio. Dalla voglia di essere vero, anche quando fa male.

Cosa ti fa stare bene o male?

Mi fa stare bene la musica che nasce quando non ci penso troppo. Quando viene giù come un temporale estivo. Mi fa stare bene il palco, la mia famiglia, i momenti di silenzio in cui riesco a guardarmi allo specchio e dire ce la stai facendo. Mi fa stare male linvisibilità, l’ingratitudine, la sensazione di dare tanto e ricevere poco. Ma ho imparato a tenere insieme tutto questo, perché sono fatto così: metà fiamma, metà ferita.

Ma c’è anche dellaltro. BUONAVITA: un progetto più esteso che include anche un omonimo singolo e un podcast. Ce li racconti?

BUONAVITA è molto più di un brano: è un orizzonte a cui tendere. È il mio modo di raccontare che, anche quando va tutto storto, possiamo trovare qualcosa che ci salva. Il podcast nasce per esplorare da angolazioni diverse cosa vuol dire, oggi, vivere davvero una buona vita. Non volevo dare risposte, ma accendere domande. Ho scelto di farlo al Bar Buonavita, a Torino, perché è un luogo autentico, pieno di umanità e gioia vissuta. Un posto dove la vita vera si siede al tavolo e si racconta, senza filtri.

BUONAVITA” è un augurio un pocaustico. Racchiude sogni e disillusioni di una generazione e suona come un invito (dolceamaro) a prendere la vita come viene. Ma oltre ai rimpianti c’è anche della speranza?

, ma non è la speranza patinata che ti vendono nei poster motivazionali. È una speranza che ha le mani sporche, che arriva dopo aver toccato il fondo. Buonavitanasce proprio da lì, da chi ha perso qualcosa, ma sceglie di restare umano. È un augurio che ti sputa addosso la verità e poi ti accarezza.
Dentro c’è la consapevolezza che non tutto si aggiusta, ma che ogni cicatrice può diventare parte della nostra bellezza. È una speranza storta, imperfetta, che non promette il lieto fine ma ti dice: ce la puoi fare, anche se tremi. Per me è questa la forma più onesta di luce.

A chi augureresti una BUONAVITAsenza voltarti indietro (nemmeno una volta)?

A chi mi ha insegnato, anche ferendomi, quanto valgo. A chi mi ha fatto credere di non essere abbastanza e invece mi ha costretto a diventarlo. A chi ha giocato con la mia fiducia, ma anche a chi mi ha amato male, perché in fondo mi ha insegnato cosa significa amare bene. Non ho più rabbia, solo distanza.
Auguro una Buonavita a chi non ha saputo guardarmi davvero, perché io adesso mi vedo. E non serve più voltarsi indietro: chi se n’è andato fa parte del mio percorso, ma non della mia direzione.

Una vita buona per davvero, invece, di cosa non deve assolutamente mancare?

Di verità. Di tempo speso bene, non solo usato. Di persone che non ti chiedono di cambiare per essere amato. Di caffè condivisi, di risate improvvise, di chilometri fatti con qualcuno accanto senza dire una parola. Una vita buona, per me, è una vita che ha ritmo, che ti fa respirare anche nei momenti sbagliati. È una vita in cui ti senti libero di crollare e poi rialzarti, di sbagliare e chiedere scusa, di essere pienamente umano. Perché la felicità non è perfezione, è onestà. È riconoscere che non tutto sarà come vogliamo, ma che finché sentiamo qualcosa dentro, non abbiamo perso.

BUONAVITA è anche il nome del bar attraverso il quale trasmettete, che valenza simbolica ha questo posto, per te?

Il Bar Buonavita è più di un luogo fisico, è un rifugio emotivo. È quel tipo di posto dove le persone non recitano, si raccontano. Dove le storie passano dal bancone al cuore. Quando abbiamo scelto di ambientare lì il podcast, l’ho sentito subito come un simbolo di verità: niente di costruito, niente di finto, solo persone che condividono la loro idea di felicità e fatica, a modo loro.
È un bar, ma anche una metafora: la Buonavita non è mai patinata, è quella che incontri tra un cocktail e un sorriso sconosciuto. Lì ho ritrovato lessenza di ciò che faccio: dare spazio alla realtà, e alla bellezza che si nasconde nei suoi angoli più semplici.

Il discorso di identità” torna spesso, sia nei tuoi testi che nel podcast. Cosa significa per te sentirsi veramente sé stessi, esprimere a pieno la propria personalità e le proprie inclinazioni, fragilità incluse? 

Essere sé stessi, oggi, è un atto di coraggio.
Viviamo in unepoca in cui tutti si costruiscono una versione di sé da mostrare, ma pochi si fermano ad ascoltare quella vera. Per me l’identità è un continuo movimento: non è qualcosa che trovi e metti via, ma qualcosa che cambia, cresce, si contraddice.
Sentirsi sé stessi vuol dire accettare di essere anche sbagliati, vulnerabili, diversi. Io ho imparato che le mie fragilità non sono un ostacolo, ma un linguaggio. Sono il modo in cui riesco a connettermi con gli altri.
Essere autentici non è sempre comodo, ma è l’unica forma di libertà che riconosco. Ed è la base di tutto ciò che scrivo, canto e vivo.

C’è vergogna nellessere sensibili? Perché molte persone percepiscono questo attributo con disgusto?

La sensibilità fa paura. Io sono sensibile e non me ne vergogno affatto, anche quando piango o m’incazzo, sono due facce della stessa medaglia.
Perché chi è sensibile vede più a fondo, e chi guarda in profondità rischia di smascherare tutto quello che gli altri cercano di coprire.
In un mondo che premia la velocità, l’ego e la performance, essere sensibili è un atto sovversivo. È come andare a piedi nudi in mezzo ai vetri, sapendo che ti farai male ma che sentirai davvero il terreno.
Molti confondono la sensibilità con la debolezza, ma io ho imparato che essere sensibili è il contrario: è avere il coraggio di restare aperti, anche quando il mondo ti chiude in faccia.
Non mi vergogno di sentire troppo. È la mia lente sul mondo, e anche quando mi pesa… è quella che rende la mia voce vera.

Forse è difficile trovare un proprio angolo di mondoma luoghi sicuricome moli di approdo esistono. Quali sono i tuoi punti fissi?

Il mio punto fisso è sempre stato il ritorno. Dopo ogni casino, ogni viaggio, ogni caduta: c’è sempre stato un luogo, fisico o umano, in cui tornare.
A volte è un abbraccio, a volte è una canzone che ho scritto e mi ha salvato. A volte è una birra con gli amici, altre volte è il rumore del mare che mi rimette in asse.
Ho imparato a costruirmi porti sicuri anche dentro le tempeste. E soprattutto ho capito che non servono cento approdi: ne basta uno solo, ma che sia vero.
Un luogo dove puoi toglierti tutto e restare nudo, senza paura di non essere te stesso.

Musicalmente parlando, chi è il tuo punto di arrivo, l’entità immortale che ti motiva ogni giorno nella tua carriera?

Più che un nome preciso, il mio punto di arrivo è una visione: quella di un artista che riesce a trasformare il personale in universale.
Se penso a qualcuno, penso a John Lennon e ai Beatles, ai The Killers, agli Arctic Monkeys, ai The Strokes, a Battisti o ad esempio ai Subsonica giocando in casa, a chi ha fatto della vulnerabilità una bandiera, senza mai perdere potenza.
Non inseguo per forza una ribalta: inseguo il senso.
Il mio obiettivo è arrivare a fare musica che lasci un segno vero nel limite del possibile, che parli anche quando non sono sul palco o presente in quel momento. Diciamo che l’entità immortale è quella voce che mi sussurra: non ti fermare finché non ti riconosci in ogni nota.

Dove potremo incontrarti a breve?

Il 20 novembre sarò all’ Ostello Bello (Duomo) per uno showcase speciale dentro la Milano Music Week.
Ci saranno parole, musica, ospiti e quel tipo di verità che non sempre trovi nei concerti. Poi sto lavorando al disco, uscirà a inizio 2026, e ovviamente ci saranno nuove date live, perché per me il palco è casa. Ci vediamo lì!

SUSANNA ZANDONÁ