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“Entriamo nelle praterie della libertà creativa!” – Intervista a Claudio Coccoluto

“Entriamo nelle praterie della libertà creativa!” – Intervista a Claudio Coccoluto

Venerdì 29 Marzo del 2019 al Rude Club di Gaeta (LT) si è tenuta una serata che non aveva nulla da invidiare a quelle dei grandi club europei. Protagonisti dell’evento due signori dei dischi, profondi conoscitori di musica: Prins Thomas e Claudio Coccoluto.

Prima che appiccassero il fuoco all’interno del locale ho avuto la fortuna di cenare con loro e fare quattro chiacchiere su diversi temi.

Dopo quella della scorsa settimana a Prins Thomas ecco il resoconto della chiacchierata con Claudio Coccoluto. 

Tu sei l’icona per eccellenza del dj in Italia quindi vorrei chiederti qual è il tuo obiettivo quando sei in console, sia nei confronti di te stesso che di chi viene a sentirti

Il mio obiettivo da sempre è cercare di alzare l’asticella della consapevolezza musicale generale. Il che non vuol dire pormi come un insegnante, ma come uno che sulla sua pelle e mettendoci la faccia azzarda delle proposte cercando di spostare il gusto verso l’alto.

Il veicolo del ballo, della club culture e così via deve servire a portare all’ascolto di cose che altrimenti non si sarebbero ascoltate. Oggi ancor di più rispetto a quando iniziai perché paradossalmente in questo momento di libertà di fruizione c’è un conformismo musicale che fa paura. E per questo motivo sento fortemente la responsabilità di farlo.

Proprio a proposito di ciò mi viene da pensare a tutti quegli artisti che pur avendo ottime idee, originali e di qualità, non riescono ad uscire dall’undergruond. A cosa è dovuto ciò secondo te?

Abbiamo un problema di sovraesposizione mediatica da parte di chi se lo può permettere.

Potendo gestire molti mezzi per rendere visibile ciò che fa . C’è invece chi avendo magari più contenuti non gode di queste possibilità per metterli in mostra. Questo problema è esploso con la digitalizzazione e con quella chimera che abbiamo chiamato “democratizzazione della musica” che si sta dimostrando decisamente falsa, poiché ci ha messo nelle condizioni per cui il successo è ancora di più costruito a tavolino. E chi ha bisogno di costruire a tavolino? I mediocri. Non chi ha talento e contenuti. Purtroppo questa  è la situazione attuale, ma io sono ottimista e credo che non durerà per sempre. Già dal punto di vista sociale i social media stanno iniziando a perdere terreno e influenza. Il trucco è stato ormai svelato e si è capito chi bara e chi no. Quindi probabilmente ci stiamo avviando verso un momento migliore, lo spero tanto, e cerco di contribuire come posso.

C’è qualche ascolto dell’ultimo periodo che ti ha fatto provare un brivido, e che vorresti consigliare a chi leggerà questa intervista con la speranza che magari possa provare la stessa emozione?

C’è un artista che ultimamente mi fa impazzire, un fottutto genio, che è Louis Cole. Americano di Los Angeles che non solo fa una musica grandiosa, un funky rivisto in formula moderna, ma possiede anche una enorme creatività che mette nei suoi video e nella sua comunicazione che ti fa capire come qualche buona idea abbinata alla freschezza dei giovani possa veramente dare una svolta. Lui è sicuramente un esempio da seguire.

Ultimamente si sta dando, direi giustamente, molta attenzione alla musica elettronica e alla sua sintesi con altri generi e linguaggi musicali che sta portando alla luce le cose più interessanti e innovative da ascoltare. Tu come la vedi?

Secondo me definire “musica elettronica” la musica moderna non è corretto. Quella è una definizione che si è data nel passato per distinguerla dalla musica organica caratterizzata dagli strumenti elettrici. L’avvento delle tastiere e dei sintetizzatori definì il mondo dell’elettronica. Oggi parlare di “elettronica” è riduttivo, si può parlare più propriamente di “sintesi”. Tutti quanti con i computer, chi con plug-in, chi con strumenti reali, assemblano la propria musica. Questo processo ormai non vede più differenza tra un suono generato elettronicamente e un suono generato da strumenti organici. Questa cosa è un grandissimo risultato! Innanzitutto sfuggiamo alle etichette, che vanno bene per i supermercati non certo per la musica. Secondariamente tutto quello che fino a dieci-quindici anni fa si chiamava “contaminazione”, un termine secondo me abbastanza ridicolo, avrebbe un’accezione negativa, arriva in un momento giusto, quello in cui c’è bisogno di fondere idee diverse per creare qualcosa di nuovo. E questo meccanismo, nel mio mondo musicale, ha un inizio ben preciso che è l’uscita dell’album “Remain In Light” dei Talking Heads, pietrangolare della musica moderna. Questo misto di chitarre rock, chitarre funky, tastiere new wave e beat si è unito in un “genere non genere” che potrebbe comprendere qualsiasi cosa. Oggi tutti hanno la completa gamma di colori a disposizione, senza limitazioni e preclusioni di genere.

Ed è questa la strada da intraprendere: abbandonare il manierismo per entrare nelle praterie della libertà creativa.

Grazie Claudio è stato un piacere!

Grazie anche per me!

Intervista a cura di Francesco Vaccaro