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ELLI DE MON – Intervista all’artista che presenta “Grembo de pria”

ELLI DE MON – Intervista all’artista che presenta “Grembo de pria”

Ho avuto nuovamente il piacere di intervistare la songwriter, cantante, polistrumentista e scrittrice Elli de Mon che presenta la sua nuova produzione “Grembo de pria”, che sarà pubblicata in formato vinile 7” il 20 marzo 2026 per l’etichetta indipendente italiana Rivertale Productions.

PRE ORDINE VINILE: https://rivertaleproductions2015.bandcamp.com/album/grembo-de-pria 

Il formato digitale sarà disponibile solo per il singolo principale “Monte Orco”.

Si tratta per Elli de Mon di un progetto speciale dedicato alle donne, e in particolare alle donne che interrompono, volontariamente e non, una gravidanza. Una tematica importante, che l’artista vive nella vicinanza con una persona a lei cara che ha attraversato questo profondo percorso.

Bentornata su Tuttorock, “Grembo de pria” è il tuo nuovo progetto che uscirà il 20 marzo in vinile 7”, che accompagna un tuo scritto intitolato “Manifesto – La Montagna parla per noi” e che tratta l’aborto, com’è nata l’idea di raccontare con parole e musica un tema così delicato?

L’idea non è nata a tavolino. È nata da una ferita vera, vissuta nella vicinanza con una persona a cui voglio bene e da un silenzio assordante. In Italia sull’aborto si discute solo in termini ideologici, mai umani. C’è una contraddizione enorme, che spesso non viene nominata: l’aborto viene osteggiato, etichettato, usato come terreno di scontro morale. Ma dietro questa ossessione c’è, troppo spesso, un’unica pulsione: il controllo dei corpi delle donne. Perché se davvero l’obiettivo fosse “difendere la vita”, allora in Italia vedremmo un sostegno concreto e strutturale alla maternità: congedi adeguati, servizi accessibili, tutela reale del lavoro femminile, supporto psicologico diffuso, reparti preparati ad accompagnare anche il lutto. Invece no. La maternità viene celebrata a parole e lasciata sola nei fatti. E dentro al calderone “aborto” finisce anche chi un figlio lo ha perso senza sceglierlo. Il dolore del lutto perinatale viene confuso, appiattito, quasi punito per associazione. Io ho sentito la necessità di restituire complessità e dignità a quelle esperienze. Il mio “Manifesto – La Montagna parla per noi” prende voce dal monte Summano, che per me non è solo un luogo geografico ma una presenza arcaica, un ventre di pietra. La Montagna-Dea genera e riprende, senza colpa, senza morale, secondo un ciclo antico quanto la terra. Un ventre di pietra, forte e che sa resistere alle difficoltà. Nella natura non esiste vergogna, esiste trasformazione. E invece alle donne viene imposto il peso della colpa. Vengono lasciate sole nei corridoi degli ospedali, spesso accanto a chi sta per partorire, sotto le stesse luci fredde. Si parla pochissimo di violenza ostetrica e ginecologica: eppure esiste, e incide nel corpo e nella memoria.

Siamo nel 2026 ma l’ignoranza, che si trasforma poi in cattiveria, è ancora molto diffusa e molta, troppa gente è sempre pronta a puntare il dito contro una donna che interrompe una gravidanza. L’arte può aiutare a sensibilizzare le persone ma sei d’accordo con me che andrebbe sostenuta in maniera più concreta dalle istituzioni?

In questo progetto ho voluto che una parte del ricavato andasse a realtà che lavorano sul campo, come L.A.I.G.A. – Libera Associazione Italiana Ginecologi Non Obiettori per l’Applicazione della L. 194/78 e CiaoLapo. Perché la cultura è rete, è responsabilità concreta. Se le donne hanno paura di parlare non è solo per vergogna, è perché sentono di non essere al sicuro. E una società civile si misura da come accompagna chi attraversa una soglia difficile, non da quanto sa giudicare. Io faccio musica e la musica, storicamente, nonostante si voglia far credere il contrario, è sempre stata anche gesto comunitario, presa di parola collettiva. È questo che mi interessa custodire. Tuttavia l’arte può aprire crepe, può scalfire la pietra, ma non può sostituirsi alle responsabilità civili. In Italia esiste una legge che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza: le istituzioni hanno il dovere di applicarla in modo uniforme, senza ostacoli ideologici o disparità territoriali. Ma ancora prima di questo, le istituzioni dovrebbero sostenere le donne. Sempre. Qualunque sia la loro situazione: che decidano di portare avanti una gravidanza, che la interrompano, che subiscano una perdita. Oggi troppo spesso si trovano sole, tra burocrazia, obiezioni diffuse, carenze di servizi, e una cultura che tende a colpevolizzare. Se davvero si vuole ridurre il ricorso all’aborto, la strada non è il giudizio: è l’educazione sessuale seria, l’accesso alla contraccezione, il sostegno concreto alla maternità, la tutela del lavoro femminile, servizi per l’infanzia accessibili. È una questione di responsabilità sociale, non di moralismo, è difendere la libertà e la dignità di chi quella scelta — o quella perdita — la attraversa nel proprio corpo. E uno Stato maturo dovrebbe avere la forza di tenere insieme diritti, tutela e rispetto, senza trasformare il corpo delle donne in un campo di battaglia simbolico.

Il disco uscirà in formato fisico con un vinile in edizione limitata mentre in formato digitale troveremo solamente il singolo “Monte Orco”, parlaci un po’ di questa scelta.

Ho scelto il 7” perché è un oggetto che chiede tempo. Non scorre distrattamente in una playlist. Lo devi prendere, appoggiare sul piatto, girarlo. È un gesto quasi liturgico. “Grembo de pria” è pensato come un rito sonoro, e il rito ha bisogno di materia. Viviamo nell’epoca della smaterializzazione. Io, ogni tanto, sento il bisogno di tornare alla carta, al vinile, all’inchiostro. Alle cose fatte con le mani. La tiratura è limitata a 100 copie, pubblicate da Rivertale Productions, e il formato stesso diventa parte del significato: qualcosa di prezioso, non replicabile all’infinito, da collezione. In digitale ho voluto lasciare solo “Monte Orco”, perché è il brano che può camminare da solo e perché vorrei incentivare chi vuole ascoltare anche il lato b del 45 a comprarlo (lato b che prevede la partecipazione di Black Snake Moan). E a partecipare così al finanziamento delle associazioni che si occupano di tutela, nonchè ad una piccola presa di coscienza di quello che succede alle donne che decidono di portare avanti questa scelta.

La copertina da chi è stata realizzata?

È stata realizzata da una cara amica e artista visiva di grande profondità, Silvia Gavasso. Ci accomuna una sensibilità molto affine: uno sguardo che non si ferma alla superficie, che non ha paura di sostare nel dolore senza addomesticarlo. Su questo progetto c’è stato un coinvolgimento emotivo forte, vero. Non era un lavoro che si potesse affrontare con distacco. Silvia ha saputo entrare nel cuore del tema con rispetto e con coraggio, senza timore di esporsi. E questa, per me, è una qualità rara: la disponibilità a metterci la faccia, le mani, la propria fragilità. Condividiamo la convinzione che l’arte non debba essere neutra quando tocca questioni così profonde. La sua cianotipia, con quel blu intenso e stratificato, restituisce proprio questa immersione, ci avvolge e ci custodisce.

A livello compositivo hai avuto lo stesso approccio rispetto al precedente “Raìse”?

In parte sì, in parte no. “Raìse” è stato uno spartiacque: il passaggio al dialetto vicentino, l’apertura alla formazione a tre, una scrittura più radicata nella terra e meno nell’immaginario anglofono che aveva caratterizzato i miei lavori precedenti. È stato un ritorno alle origini, ma con una consapevolezza nuova. Con “Grembo de pria” quel linguaggio resta — il dialetto, la dimensione rituale, l’intreccio tra folk, gospel, stoner e psichedelia — ma l’approccio compositivo è stato ancora più essenziale, quasi scavato nella roccia. Se in “Raìse” c’era un respiro narrativo ampio, qui c’è una concentrazione maggiore: due brani che devono reggere un peso simbolico forte, senza dispersioni. Ho lavorato molto sull’idea di canto arcaico, di invocazione. Le strutture sono volutamente più asciutte, ma non semplici, mi interessava che ogni elemento avesse una funzione precisa, come in un rito antico dove nulla è ornamentale. Anche il silenzio ha un ruolo. Tuttavia credo che il filo rosso che lega i due lavori sia lo stesso: cercare una musica che non sia intrattenimento ma attraversamento. Però qui il passo è più lento, più grave.

A proposito di “Raìse”, com’è stato accolto dal vivo?

Dal vivo è stato sorprendente. E lo dico con gratitudine, perché ero perfettamente consapevole di non portare in giro qualcosa di facile, né di accomodante. “Raìse” sul palco diventa un continuum sonoro, senza vere cesure: un flusso in cui la musica e lo storytelling si intrecciano. Racconto una leggenda che affonda nel mito, ma il mito — quando è vivo — non è mai evasione. È uno specchio antico che parla all’universale e l’universale, si sa, non è mai superficiale. Io sono una che non molla. Mi sono arrangiata a fare tutto, con determinazione e una certa ostinazione montanara, sapendo che stavo chiedendo al pubblico attenzione, ascolto profondo, tempo, perchè non è un concerto da consumo rapido. La cosa più sorprendente sono stati i riscontri umani. A fine serata molte persone sono venute a raccontarmi frammenti di vita molto personali. Alcuni si sono commossi, ci siamo commossi insieme. È successo qualcosa che va oltre l’applauso, c’è stata una forma di riconoscimento. Credo che il mito, quando viene restituito con verità, lavori sottopelle. Non tutti lo ascoltano, certo. Ma chi si lascia attraversare ne esce toccato. E questo, per me, è il senso più alto del portare musica dal vivo: creare uno spazio in cui le storie individuali trovano un’eco più grande, quasi archetipica.

Hai già pianificato qualche data e hai già pensato a come saranno strutturati gli spettacoli con i quali presenterai “Grembo de pria” sul palco?

Quest’anno sto già portando in giro un altro progetto, i Litania, band psycho doom. Questo non mi consentirà di fare molti concerti per Grembo de Pria. Ma il tema era talmente urgente che ho preferito non lasciarlo da parte e farlo uscire comunque.

Stai già pensando a nuovi progetti o per ora ti concentri esclusivamente su questo?

Non rivelo mai i miei progetti futuri. Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco!

Grazie per il tuo tempo, vuoi aggiungere qualcosa per chiudere questa intervista?

Grazie mille per lo spazio. Mai cosa scontata! E venite ai pochi concerti di Grembo de Pria che ci saranno!

MARCO PRITONI

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