Dentro “Spaventapasseri”: STRE racconta la fragilità dietro il travestimento
Cuore di paglia ma sogni in carne ed ossa: Spaventapasseri è un singolo per gente col cervello.
Ciao STRE e benvenuto tra le pagine virtuali di Tuttorock. Nella tua ultima canzone ti sei trasformato in uno spaventapasseri. Come ti è venuta l’idea di calarti nei panni di questo personaggio?
Grazie, è un piacere essere qui! L’idea mi è venuta una sera mentre guardavo una serie TV: durante una piccola sequenza in cui ne “compariva” uno che curiosamente, invece di spaventarmi, mi trasmise una sensazione di tenerezza, quasi come se cercasse un abbraccio (date le braccia divaricate) o un po’ di conforto. Ho subito esclamato “Guarda, uno spaventapasseri che vuole un abbraccio!”. Da lì ho iniziato a chiedermi cosa potesse provare uno spaventapasseri se avesse un cuore, una voce, un pensiero. Mi piaceva l’idea di trasformare un simbolo di paura in qualcosa di umano, fragile, e allo stesso tempo poetico. È così che è nata Spaventapasseri: come una riflessione sull’apparenza, sulla solitudine e sul bisogno di affetto.
Non ti stanca rimanere lì fermo, impalato, ad osservare il mondo muoversi attorno a te?
Sì, in realtà mi stanca tantissimo, ma proprio perché non sono davvero fermo. Sono solo apparentemente immobile, ma il mio cervello non si ferma mai. È una piccola maledizione: soffro d’insonnia e di iperattività, quindi anche quando sto fermo, dentro di me è come se stessi correndo. Osservo tanto, sono una persona curiosa, guardo film, ascolto musica di ogni genere — anche quella che non mi piace, perché voglio capire, imparare. Quindi sì, mi stanco, ma non perché sto fermo: mi stanco perché penso troppo. Cerco di sfruttare al meglio questa mia iperattività per acchiappare al volo il guizzo di quando ho un’idea per una canzone o per lavorare al meglio alle cose. Se potessi scegliere un solo potere sovrannaturale, sceglierei quello di poter non dormire mai, lo odio.
Sei un po’ “crocifisso” come il posto fisso che citi nel testo…?
Sicuramente sì, mi sento crocifisso metaforicamente, ma non in senso tragico: nel senso di essere bloccato tra ciò che la società si aspetta e ciò che invece sento di dover essere per non tradire me stesso. È come se vivessi inchiodato a un’idea di stabilità che non mi appartiene. Il posto fisso nel brano non è solo un lavoro, è una condizione mentale: è quella paura di omologarsi, di cambiare, di rischiare o di restare sospesi. E io invece, anche se mi sento legato, continuo a scalciare dentro, perché voglio restare vivo e non “appeso”. Quella frase per me vuole dire tante cose.
C’è anche una storia d’amore. Ce la racconti?
Sì, c’è anche una storia d’amore. Più che altro con una persona diversa, sicuramente diversa da me, ma anche diversa quanto me. Nella canzone c’è questo incontro tra due esseri “strani”, due persone che si riconoscono nelle rispettive stranezze. È un amore fatto di identità spezzate ma complementari, dove il valore sta proprio nell’essere “diversi” e riconoscersi reciprocamente nelle proprie rispettive solitudini ma per sentirsi meno soli e più compresi nel mondo.
Fragilità e al contempo tenacia, ma potresti prendere fuoco da un momento all’altro. E tu che spaventapasseri sei?
Io sono esattamente lo spaventapasseri della canzone. Una persona che si è sempre sentita un po’ a disagio in certe situazioni, in certi contesti. Potrei prendere fuoco da un momento all’altro, assolutamente sì, ma continuo a resistere — già solo per il fatto di essere uno spaventapasseri. Nel mio piccolo difendo il “grano”, le cose a cui tengo davvero, e tengo lontano chi vuole portarmele via. Quindi sì, sono esattamente lo spaventapasseri che canto: fragile, infiammabile, ma ancora in piedi.
C’è mai stato qualcuno a dirti che sei solo un fantoccio? Come gli hai risposto?
Più che qualcuno che me l’abbia detto, credo di essermi sentito io stesso così, a volte. Ci sono momenti in cui la vita o certe persone ti fanno credere di non contare nulla o di non essere abbastanza e a volte, stupidamente, te ne convinci. In adolescenza ho subito anche bullismo, ho vissuto situazioni in cui i miei sogni sembravano ostacolare altre persone, come se la mia libertà e felicità fosse una prigionia e una sofferenza per altri, è stato brutto. “Io volevo solo dare loro un po’ di gioia ma perché va tutto storto sempre più?” (Cit.). Però col tempo ho capito che anche essere un fantoccio può avere un lato positivo: non serve arrabbiarsi con tutto e con tutti. A volte è meglio restare immobili, lasciar parlare gli altri e rispondere con un sano, bellissimo, meraviglioso menefreghismo. Magari pure con un sorriso.
Spaventapasseri è un brano “pop”?
Sicuramente sì, come lo sono in fondo anche tutti i miei brani. Però in questo caso è un pop ancora più libero rispetto a quello che ho fatto in passato, senza limiti di genere o la necessità di rispettare per forza una forma-canzone. Spaventapasseri è un brano che si prende i suoi tempi, come già succedeva in alcune mie canzoni del passato, tipo Uscire: che non finiva con l’ennesimo ritornello ma con un secondo bridge finale, e ha un intro lunghissimo, strumentale di quasi un minuto — cosa che oggi quasi nessuno fa più. Ma a me non interessa seguire i trend: scrivo come sento di farlo.
Mi piace che una canzone sia un racconto, con un inizio, uno svolgimento e una fine, non solo una formula da ripetere. Non credo ci sia un modo “giusto” per scrivere, credo solo che ogni brano debba nascere e crescere libero, proprio come vuole essere lo Spaventapasseri del video. Spaventapasseri, proprio come Uscire non finisce con un ennesimo ritornello, come spesso vuole il pop, ma termina con un bridge, senza ripetere il ritornello per la terza volta. Inoltre, sia ‘Spaventapasseri’ che ‘Uscire’ — come accade in tantissime mie canzoni — hanno una parte strumentale iniziale. Mi piace dare importanza anche alla musica: non sto scrivendo solo testi, sto facendo canzoni.
”Critichi un sistema che penalizza gli artisti, dove se non compari costantemente in “home” allora non esisti. Reputi possibile un mondo in cui “staccando la spina” si ritorni ad utilizzare il cervello?
Sì, lo reputo possibile… ma solo per chi ha già un nome grossissimo, un pubblico grossissimo, un’attesa grossissima. Gli artisti affermati possono permettersi di “staccare la spina” e tornare dopo anni, trovando comunque chi li ascolta. Per chi non ha ancora raggiunto quella nazional-popolarità, purtroppo non è così. Odio la parola “emergente”, la trovo senza senso, ma la verità è che finché non hai un pubblico solido e ampio devi esserci, devi comparire, anche se non ti va. Io però ho scelto un’altra strada: uso i social solo quando ho davvero qualcosa da dire, quando c’è una canzone o un messaggio da condividere. Non voglio riempire lo spazio, voglio dargli un senso. Per tutto il resto chi mi ama (e ovviamente chi mi odia anche) mi segue. E mi seguirà anche nel silenzio. Il mio pubblico col tempo ha imparato a capirmi e ne sono felicissimo.
Noti qualche analogia tra il tuo personaggio e lo spaventapasseri del Mago di Oz?
Assolutamente sì. Come lo spaventapasseri del Mago di Oz, a volte vorrei spaventare ma in realtà sono il primo ad avere paura. Quindi sì, metaforicamente ci somigliamo molto. È stato anche una delle mie reference mentali mentre scrivevo la canzone. Da bambino ho consumato la videocassetta del film, e il personaggio dello spaventapasseri era uno dei miei preferiti. Mi affascinava il suo modo di essere impacciato ma pieno di cuore, ironico ma profondo, come se nascondesse un’umanità più viva di quella degli esseri umani stessi. Anche il mio Spaventapasseri ha un po’ di quella goffaggine dolce, di quella sensibilità che si maschera dietro la paglia. E poi, ripeto, amavo il fatto che nonostante volesse spaventare fosse il realtà il più “pauroso” e insicuro di tutti.
Forse dovremmo tornare a ritmi più “umani”, come quello della terra? In fondo molti millennials stanno riprendendo lavori un tempo considerati umili, come quello dell’agricoltore. Cosa ne pensi di questa svolta?
Penso che dipenda più dal “padrone” che dal lavoro in sé. Anche la terra, se finisce nelle mani sbagliate, può avere dei ritmi disumani. In realtà credo che ogni lavoro possa essere utile e ogni lavoro meriti rispetto, soprattutto se nasce da una passione. Trovo bello che molti giovani stiano riscoprendo mestieri più semplici e autentici, ma io personalmente non saprei dare consigli: in fondo sono uno spaventapasseri, quindi ho l’alibi perfetto per restare fermo e non dover zappare la vigna! (Ride). E un saluto affettuoso anche a Enrico Pasquale Pratticò… chi sa, sa.
Cosa deve fare un artista oggi per essere notato?
Ormai le radio nazionali passano solo artisti già inseriti in un certo “circolo” contrattuale, e le principali televisioni ospitano solo chi è già affermato. Quindi, purtroppo, l’unica possibilità per un artista “nuovo” è usare il web in maniera furba. E io odio questa cosa: la furbizia mi disturba, non la considero un valore, perché spesso chi è furbo lo è a servizio di qualcun altro, per prevaricare o imporsi. Io non voglio prevaricare su nessuno: voglio che la mia musica valga per quello che è, artisticamente, e non perché uso i social in maniera più astuta di qualcun altro. L’unica persona con cui mi sento in competizione sono io stesso, ma si tratta di una competizione “artistica”, per migliorarmi. Detto questo, purtroppo oggi usare i social in modo intelligente è necessario. Puoi scrivere la canzone più bella del mondo, ma se non sai gestire la tua presenza online rischi di restare invisibile per anni. È una cosa triste, fa parte del sistema, e io cerco di farlo con un minimo di dignità, ma già solo nel farlo a volte mi sembra di perderla. Non amo il marketing né le strategie; a me piace la musica.
Visto che è stato da poco Halloween, c’è qualche personaggio mostruoso o di fantasia in cui hai sempre sognato di trasformarti, fin da bambino?
Sicuramente Jack Skeletron. Mi sono sempre sentito come lui: ambizioso, deciso e, a volte, pronto a non guardare in faccia a nessuno pur di raggiungere i miei obiettivi, anche quando tutti sembrano essere contro di me. Nella canzone cito anche il suo look da spaventapasseri: quando dico “Che sembro un ortaggio, ne vuoi un assaggio?” Facendo riferimento alle scene iniziali di The Nightmare Before Christmas quando Jack appare proprio in quella posa, come re delle zucche, con una zucca al posto della testa. C’è quindi in questo anche un collegamento diretto tra quello che sento, quello che cito e il mio immaginario.
Dove potremo incontrarti a breve?
Beh, spero nella “città di Halloween” come nuovo re delle zucche! Per quanto riguarda il regno dei vivi invece: prima dei live, dei progetti futuri, dei prossimi singoli ci sarà un format social in cui impersonerò sempre lo spaventapasseri ma in giro per le strade, facendo un piccolo test su chi lo abbraccerà davvero. Sarà un’occasione per mostrare un po’ di umanità e allo stesso tempo pubblicizzare la canzone in un modo che spero sia simpatico.
Grazie e in bocca al lupo per la promozione di Spaventapasseri!
Grazie! Viva il lupo… ma anche i corvi, che in realtà imparano col tempo a non avere paura di noi Spaventapasseri e diventano nostri amici.
SUSANNA ZANDONÁ
Better known as Violent Lullaby or "The Wildcat" a glam rock girl* with a bad attitude. Classe 1992, part-time waifu e giornalista** per passione. Nel tempo libero amo inventarmi strambi personaggi e cosplay, sperimentare in cucina, esplorare il mondo, guardare anime giapponesi drammatici, collezionare vinili a cavallo tra i '70 e gli '80 e dilettarmi a fare le spaccate sul basso elettrico (strumento di cui sono follemente innamorata). *=woman **=ex redattrice per Truemetal




