Decalogo dell’amore – E. Marchiori e C. Pomiato – Intervista al duo
l 12 dicembre è uscito il loro primo album congiunto, “Decalogo dell’Amore” (Devil’s Fork Records): un lavoro molto particolare costruito come una vera e propria eredità affettiva per i loro figli, prima ancora che come un disco.
È un debutto atipico: lento, maturo, profondamente narrativo. Un album che parla di amore adulto, di routine che diventa poesia, di famiglie reali e fragilità condivise. Dentro suona anche la loro “famiglia musicale”: amici, figli, una comunità che ha partecipato alla nascita del progetto.
Il disco è accompagnato da un podcast omonimo in cui ogni brano viene raccontato dall’interno, come un retro–libro sonoro.
Benvenuti su Tuttorock, Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato. Siete un duo musicale ma anche una coppia nella vita: come nasce questo progetto artistico e come si è trasformata una relazione personale in un linguaggio musicale condiviso?
Non siamo un duo in senso stretto, e ci tengo a dirlo subito. Decalogo dell’Amore è un progetto cantautorale che nasce da un dialogo reale e profondo tra me e Chiara. Le musiche, gli arrangiamenti e l’impianto sonoro sono miei; Chiara ha scritto i testi di cinque brani — tre interamente suoi e due dove ho contribuito con qualche strofa, inoltre mi ha aiutato a dare una direzione alle canzoni anche dal punto di vista musicale, alcune sue scelte sono state fondamentali per definire alcuni brani del disco. La sua presenza non è un gesto “di coppia”, ma una scelta etica: volevo che fosse riconosciuto il lavoro di chi scrive, non solo di chi canta o suona. Dal vivo mi esibisco io, ma questo disco è nato ascoltandoci, rispettando i tempi dell’altro, senza sovrapporre i ruoli.
È uscito il 12 dicembre il vostro primo lavoro, “Decalogo dell’amore”. Se doveste descriverlo in poche parole, quali aspetti sentite davvero imprescindibili per capirne il senso profondo?
È un disco scritto dal lato meno fotogenico dell’amore. Quello che non chiede applausi, ma attenzione. Dentro Decalogo dell’Amore ci sono relazioni che non funzionano, che si logorano, che restano in piedi per abitudine o per scelta, e altre che finiscono senza clamore. Non ci interessava raccontare l’amore come slancio, ma come permanenza: ciò che rimane quando il resto sfiorisce. Se c’è una chiave, è questa: l’amore non salva, ma accompagna. E a volte basta.
“Decalogo dell’amore” è pubblicato da Devil’s Fork Records. In che misura ha creduto in voi etichetta?
Devil’s Fork Records è una struttura che ho fondato io insieme a Max Magro, con cui condivido dal 2005 il percorso nei The Beards con dischi e tour internazionali. È una sorta di cooperativa artistica nata per sostenere progetti che riteniamo interessanti e necessari, soprattutto nella nostra zona del veneziano. Mi occupo professionalmente di strategie e marketing, ho un’azienda e ho insegnato la materia anche all’università. Conosco bene il sistema discografico attuale e, proprio per questo, ho scelto di non delegare a etichette che spesso offrono solo distribuzione senza visione. Ho ricevuto varie proposte, ma ho preferito seguire tutto in prima persona, con una strategia coerente con il contenuto.
Le tracce, cantate da Emanuele, mescolano pop, jazz e canzone d’autore, con un forte immaginario narrativo. Con alcuni brani che potrebbero essere ambientati in un saloon del vecchio West. Come definireste oggi il vostro genere o il vostro linguaggio musicale?
Più che definire un genere, preferiamo chiarire un equivoco. Non c’è nessun saloon del vecchio West in questo disco, né una nostalgia da cartolina. C’è piuttosto una tradizione della canzone narrativa italiana che passa da Conte, Dalla, Lauzi, Capossela, e che usa la musica come spazio di racconto, non come ambientazione folkloristica. Se dentro Decalogo dell’Amore convivono pop, jazz e canzone d’autore è perché l’amore stesso non parla mai una lingua sola.
Il nostro linguaggio è quello della canzone che osserva, che racconta, che prende tempo. Se proprio serve un’etichetta, diremmo canzone d’autore contemporanea, senza travestimenti e senza scenografie inutili.
Leggiamo nella presentazione che avete coinvolto anche la vostra “famiglia musicale”. Cosa rappresenta concretamente questa dimensione collettiva?
La famiglia musicale non è un’idea romantica, è una pratica reale.
Sono musicisti amici con cui condivido un linguaggio da anni, persone con cui non serve spiegare troppo: basta suonare. Ci sono anche i nostri figli, presenti nei cori e in strumenti come violoncello e boghi, ma deliberatamente esclusi dalla comunicazione pubblica. Volevamo che partecipassero all’esperienza artistica, non all’esposizione. Questo ha reso il progetto più libero e più onesto.
So che è difficile scegliere, ma c’è un brano tra gli undici che ritenete particolarmente rappresentativo del progetto?
Dipende dalle settimane, adesso ti direi, per motivi diversi:
“Gassa d’Amante”, perché racconta l’amore come nodo: ciò che lega e trattiene insieme. “Voglio essere una tua bugia”, perché mette in discussione l’idea di verità nelle relazioni, non come inganno ma come spazio di trasformazione e sopravvivenza. Sono due facce della stessa domanda.
Come e dove è avvenuta la registrazione del disco e la successiva fase di post-produzione?
Il disco è stato registrato al True Colors Studio di Padova con Francesco “Franz” Fabiano, tra febbraio e novembre 2025. È stato un lavoro artigianale, fatto di strumenti suonati dal vero e tempo dedicato all’ascolto. Per prima cosa ho registrato il pianoforte dove ho cantato le voci guida. Da lì ho costruito l’intero impianto musicale, suonando direttamente gli strumenti principali: basso, batteria, banjo, melodica e parti armoniche. Ho lavorato su piccoli gruppi di canzoni cercando di concludere prima alcuni brani e poi passare ai successivi. Gli arrangiamenti di archi e fiati gli ho scritti e pensati come parte strutturale del racconto, non come ornamento. Solo dopo abbiamo registrato gli ospiti per chitarre e trombe. La post-produzione l’ho seguita integralmente: dal missaggio, insieme a Francesco Fabiano, fino alle fasi finali di mastering. Tutto questo processo è raccontato nel podcast, che segue in tempo reale la realizzazione del disco ed è parte stessa dell’opera.
Per il 2026, cosa avete in programma tra nuove produzioni o attività live?
Questo disco è pensato come un debutto e, allo stesso tempo, come un ritiro dalle scene. Debutto perché è la prima volta che questo progetto prende forma pubblicamente; ritiro perché Decalogo dell’Amore è un’opera compiuta, chiusa, che non chiede di essere replicata o rincorsa. Il disco, insieme al podcast, costituisce un’unica opera: non solo canzoni, ma il racconto del loro nascere, del loro essere discusse, riscritte, messe in dubbio. Una volta concluso questo percorso, il progetto ha detto tutto ciò che doveva dire. Ci saranno presentazioni dal vivo, certo — come si accompagna un libro una volta scritto — ma non l’idea di una carriera da portare avanti all’infinito.
È un lavoro che nasce per esistere così com’è, con un inizio e una fine dichiarati. Abbiamo un album di canzoni per bambini in lavorazione da oltre dieci anni, che forse riusciremo a pubblicare tra un anno.
Dal vivo?
Pochi contesti, scelti. Sarò in concerto a metà gennaio a Milano, dove presenterò un po’ di canzoni del disco.
Sono nato a Lugo nel 1978, da sempre appassionato della musica in tutte le sue sfumature. Suono da diversi anni la chitarra, e il mio genere preferito è il rock, in tutte le declinazioni. Collaboro da Ottobre 2024 con Tuttorock, per recensioni e interviste. E per questo spero che sarà sempre e solo un crescendo della testata. Stay tuned!





