Bull Brigade – Intervista su “Perché non si sa mai”
In occasione dell’uscita del loro nuovo album “PERCHé NON SI SA MAI” ho intervistato la band BULL BRIGADE.
Perché Non Si Sa Mai sembra un disco più riflessivo rispetto ai vostri lavori precedenti. È stato un processo naturale o una scelta consapevole?
È stato un processo naturale dettato dall’anagrafe. A 45 anni non puoi avere la stessa urgenza cieca di quando ne avevi venti. Oggi la riflessione prende il posto dell’irruenza, ma l’intensità è la stessa. Abbiamo scelto di non ripeterci, cercando di dare un peso diverso a ogni parola e a ogni silenzio.
In che momento personale e collettivo nasce questo album?
Nasce in un momento di grande consapevolezza. Collettivamente, la band ha trovato un equilibrio nuovo, soprattutto grazie all’ingresso di Diego (Cecchetto), con cui è nata una sintonia creativa incredibile. Personalmente, è il disco della maturità: guardo al passato con orgoglio, ma con gli occhi di chi ha ancora fame e voglia di esplorare.
Il titolo suggerisce incertezza e prudenza: è una chiave di lettura del disco o del presente che stiamo vivendo?
È un’espressione che mi porto dietro da sempre. Per chi come me è cresciuto in provincia e poi ha iniziato a vivere la città, quel “non si sa mai” era un modo di stare al mondo: un misto di rispetto e di autodifesa. Oggi lo vedo rapportato al percorso dei Bull Brigade. Dopo vent’anni passati dentro un perimetro sicuro, quello della nostra sottocultura che ci ha dato tutto, abbiamo deciso di uscire, di aprire la porta e vedere cosa c’era fuori a livello musicale. “Perché non si sa mai” significa affrontare questo nuovo viaggio con la consapevolezza di chi sa da dove viene e, proprio per questo, è pronto a difendere i propri principi e la propria identità ovunque si trovi.
Avete percepito questo lavoro come una rottura o come un’evoluzione rispetto al vostro percorso?
Un’evoluzione necessaria. Se rimani fermo nello stesso punto per vent’anni, finisci per diventare la parodia di te stesso. Abbiamo rotto degli schemi, certo, ma per costruire qualcosa di più solido e duraturo.
Musicalmente il disco appare più stratificato e meno immediato: cosa è cambiato nel vostro modo di comporre?
Tutto. Prima era “chitarra e sala prove”. Stavolta abbiamo lavorato in studio con un produttore vero, Andrea Tripodi. Abbiamo affidato la direzione artistica a un orecchio esterno e questo ha stratificato il suono, rendendolo meno immediato ma molto più profondo e curato nei dettagli.
Vi siete dati dei limiti o delle regole durante la scrittura del disco?
L’unica regola è stata: nessuna regola. Non abbiamo scritto pensando ai “talebani” del punk o a cosa si aspettasse la gente. Se una melodia ci avesse convinto, la avremmo seguita. L’unico limite invalicabile è l’onestà verso la nostra storia e la nostra identità.
Il punk resta il vostro linguaggio principale, ma qui sembra usato più come strumento narrativo che come arma: vi ritrovate in questa lettura?
Sì, assolutamente. Il punk resta il nostro DNA, ma oggi lo usiamo per raccontare storie, atmosfere e pezzi di vita vissuta. Non abbiamo più bisogno di urlare costantemente per farci sentire; a volte un testo ben scritto o un’atmosfera ricercata colpiscono più forte di un riff distorto.
Quanto conta oggi, per voi, la dimensione melodica rispetto all’impatto diretto?
Oggi conta tantissimo. Abbiamo capito che la melodia è il veicolo che permette alle nostre parole di restare incollate addosso alla gente. L’impatto c’è ancora, ma è un colpo mirato, non una sventagliata a caso.
Nei testi emerge spesso il tema della memoria e del tempo che passa: è una necessità generazionale?
Quando perdi i genitori o vedi crescere i figli, il tempo smette di essere un concetto astratto. Torino stessa è una città che vive di memoria, di cocci industriali e di ritmi che hanno scandito le vite dei nostri vecchi. Scriverne è un modo per non perdere il filo con le proprie radici.
Vi sentite ancora una band “politica” o oggi preferite un approccio più umano e personale?
Le due cose non si escludono. La nostra “politica” oggi passa attraverso l’umanità e l’identità. Raccontare la vita della classe operaia, i turni in fabbrica o la dignità quotidiana di chi non abbassa la testa è politica, anche se lo facciamo con un approccio più intimo e meno urlato rispetto al passato.
Pensate che il messaggio arrivi meglio attraverso lo slogan o attraverso il racconto?
Senza dubbio attraverso il racconto. Lo slogan è immediato ma scivola via; il racconto invece crea un’empatia che resta nel tempo.
Quanto c’è di autobiografico in questo disco?
Tutto. Dalla prima all’ultima parola. Non saprei scrivere di nient’altro se non di quello che ho visto, vissuto o perso per strada.
Come sono nate le collaborazioni con Giancane, Claver Gold, Willie Peyote e i Fast Animals and Slow Kids?
Tutte in modo molto naturale. Con Giancane e Claver ci siamo conosciuti ai festival; con i FASK è stato incredibile vedere Aimone che pogava sotto il nostro palco a Perugia; con Willie c’è la stessa città, la stessa estetica underground e la stessa fede calcistica. Gente che stimiamo e che ha capito subito il senso del progetto.
Avete scritto i brani pensando già alle loro voci o sono innesti arrivati dopo?
Sono nati come brani dei Bull Brigade. Poi, sentendo le atmosfere, abbiamo capito chi potesse dare quel valore aggiunto. Willie, per dire, è arrivato in studio con la strofa pronta sul telefono ed è stata “buona la prima”.
Che cosa vi hanno portato artisticamente queste collaborazioni?
Ci hanno permesso di esplorare mondi che non sono strettamente i nostri, confermando che se hai qualcosa di vero da dire, il genere musicale diventa un dettaglio secondario.
Aprirsi ad altri mondi è stata una necessità o una curiosità?
Entrambe. Curiosità di non annoiarci mai e necessità di far arrivare il messaggio dei Brigade oltre i soliti confini della nicchia.
Oggi cosa significa per voi essere una band punk in Italia?
Significa essere dei sopravvissuti testardi. Significa fare i conti con una realtà che corre velocissima mentre tu cerchi ancora la verità in un amplificatore e in un testo sincero.
Vi sentite ancora parte di una scena o vi muovete ormai in uno spazio vostro?
Siamo partiti da una scena che ci ha dato tutto, ma oggi ci muoviamo in uno spazio nostro. Un luogo dove entrano persone di ogni tipo, unite dal fatto che sentono che quello che diciamo è vero.
Cosa vi distingue, secondo voi, dai vostri esordi?
La consapevolezza. Agli esordi c’era la rabbia e la voglia di spaccare tutto; oggi c’è la capacità di costruire qualcosa che resti nel tempo, con la fierezza di chi sa chi è.
Vi riconoscete ancora nell’idea di “band militante”?
Se militanza significa coerenza, appartenenza e non tradire mai le proprie radici e i propri valori, allora sì, lo saremo per sempre. È una militanza umana, prima che ideologica.
Come pensate di tradurre dal vivo un disco così articolato?
Abbiamo strutturato una squadra di professionisti, tecnici luci e audio, per fare uno show che valorizzi ogni sfumatura del disco. Ci sarà meno spazio per l’improvvisazione e molta più cura per l’impatto sonoro complessivo.
Vi aspettate una reazione diversa del pubblico rispetto ai dischi precedenti?
Mi aspetto che la gente lo debba “masticare”. È un disco che ha bisogno di ascolti attenti. Ma sono convinto che chi ci ama davvero apprezzerà il coraggio di questa evoluzione.
Questo album apre una nuova fase dei Bull Brigade?
Sì, è il capitolo della maturità. Ci sentiamo pronti per palchi e contesti che prima guardavamo da lontano.
Se doveste descrivere questo momento della band con una parola sola, quale sarebbe?
Solidi.
Cosa sperate che resti a chi ascolta Perché Non Si Sa Mai tra qualche anno?
Spero che resti la sensazione di aver ascoltato qualcosa di onesto. Che qualcuno, tra dieci anni, trovi ancora forza e ispirazione in queste canzoni.
C’è una canzone del disco che sentite più vostra in questo momento? Perché?
Il quindicesimo inverno. Forse perché racchiude perfettamente quell’atmosfera torinese che mi porto dentro, resa ancora più forte dalla collaborazione con Willie.
Se doveste spiegare questo album a chi vi ha scoperto solo ora, cosa direste?
Gli direi che è un disco fatto di carne e sangue. Che siamo una band che viene dalla strada ma che ha imparato a guardare oltre, senza mai dimenticare da dove è partita.
Progetti futuri? In arrivo un grande tour anche.
Adesso tutta l’energia è sul tour, che sta andando benissimo con tanti sold out. Poi il 2026 segnerà il nostro ventennale: stiamo già preparando qualcosa di speciale per celebrare questa lunga corsa.
MAURIZIO DONINI
Band:
Eugenio Borra – Voce
Diego Cecchetto -Chitarra
Alessio Serena – Chitarra
Stefano Gnani -Basso
Marco Bertasi – Batteria
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.




