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INNER VITRIOL – Intervista su “Semper Tacui”

INNER VITRIOL – Intervista su “Semper Tacui”

In occasione dell’uscita del nuovo album “Semper tacui” ho intervistato gli INNER VITRIOL.

 

Da dove nasce l’idea di costruire un concept album partendo dai graffiti dello Steri di Palermo? È stato un colpo di fulmine o una scoperta graduale?
L’idea primigenia è stata sicuramente frutto di un colpo di fulmine, di una scoperta casuale e inaspettata di Francesco durante una vacanza a Palermo. Dopodiché – come sempre accade – su quell’idea si è costruito, integrando l’innamoramento originale con ricerche aggiuntive che hanno aggiunto una certa stratificazione, sia della conoscenza di quel palazzo e dei suoi graffiti che dell’ispirazione che ne è derivata. 

La frase “Semper tacui” è diventata il titolo e il fulcro narrativo del disco. Cosa ha significato per voi trasformare un’incisione anonima in una storia musicale?
Il fatto stesso che questo sia avvenuto, a distanza di parecchi secoli, è una testimonianza di come, a nostro avviso, il nostro protagonista con la sua incisione abbia raggiunto quello che pensiamo fosse il suo obiettivo: sconfiggere il Tempo. Questa vittoria è sfaccettata e complessa, e abbraccia sia l’universale tensione umana ad “immortalizzarsi” attraverso le opere, soprattutto attraverso le opere d’Arte, sia l’affermazione ostinata della propria integrità a discapito di tutto. Mettere in Musica questa complessità è stata un’esperienza definente a livello sia musicale che umano, e siamo molto felici del risultato e di tutto il percorso che ci ha portato ad esso.

Il protagonista è un prigioniero che attraversa simbolicamente un anno solare: perché avete scelto proprio il ciclo dell’anno come struttura temporale della narrazione?
Il ciclo dell’anno è la struttura temporale più naturale che esista: universale, inesorabile, condivisa da chiunque abbia mai vissuto. Usarla come ossatura narrativa significava ancorare una storia lontanissima nel tempo a qualcosa di immediatamente percepibile da qualsiasi ascoltatore. C’era anche una valenza più concreta: sapevamo che il nostro protagonista aveva un anno di vita davanti a sé, e l’anno solare ci permetteva di scandire quell’attesa senza che diventasse astratta. Il Tempo che passa è tangibile proprio perché le stagioni cambiano — anche dentro una cella, anche quando non si vede il sole.

Nel disco il tempo è trattato come un antagonista. In che modo questa idea ha influenzato i testi e la musica?
In modo pervasivo, a tutti i livelli. Nei testi, il Tempo non è mai citato in modo didascalico: lo si sente scorrere attraverso le immagini, l’erosione delle certezze, il progressivo sfaldarsi della voce narrante. Musicalmente, abbiamo cercato di tradurre quella sensazione attraverso strutture che non “arrivano” mai dove ti aspetti — il metro che scivola, le risoluzioni che si fanno attendere o che non arrivano affatto. Non volevamo che la musica raccontasse il Tempo: volevamo che lo incarnasse.

Vi sentite più vicini al prigioniero storico o alla sua lettura simbolica come uomo contemporaneo?
Alla sua lettura simbolica, inevitabilmente. Il prigioniero storico — chiunque abbia inciso quella frase — ci affascina moltissimo come punto di partenza, ma quello che ci riguarda davvero è la sua dimensione universale: la tensione tra l’integrità personale e la pressione esterna a rinnegarla. Quella tensione non ha bisogno del Seicento per essere attuale. È adesso, ed è ovunque.

Avete scritto prima i testi o prima la musica? Quanto il concept ha guidato le scelte sonore? Avete ruoli definiti nel processo di creazione?
Abbiamo costruito un dialogo continuo tra la musica e i testi, ma la composizione è partita e si è strutturata attorno ad alcune idee musicali prima che liriche. Nella composizione, i ruoli sono abbastanza definiti — Francesco è il motore compositivo principale, su musica e testi — ma il processo è sempre collettivo nella misura in cui ognuno porta la propria voce all’interno di quelle strutture. In questo disco più che mai, anche il silenzio di certi arrangiamenti è stato una scelta condivisa.

Semper Tacui alterna momenti molto aggressivi ad altri più sospesi e introspettivi: questa dinamica riflette lo stato mentale del protagonista?
Esattamente. E non solo il suo stato mentale: anche quello di chiunque si trovi intrappolato in una situazione senza via d’uscita. L’aggressività non è rabbia cieca — è il momento in cui il protagonista si scontra con la realtà della sua condizione. Il silenzio che segue non è rassegnazione, è quella strana lucidità che arriva quando capisci che l’unica cosa che nessuno può toglierti è il pensiero. Il disco respira di questa alternanza perché era l’unico modo onesto di raccontare quella storia.

Ci sono brani che rappresentano stagioni o fasi precise della sua prigionia? Se sì, quali?
Piuttosto che le stagioni, ragionando anche sul nostro immaginario e linguaggio simbolico radicato nell’Alchimia, i brani presentano rimandi agli elementi e alle fasi della Grande Opera. Pur non essendo stagionale, la struttura di conseguenza presenta un arco preciso, circondato tra due solstizi d’Estate, simbolicamente presagio della “morte del Sole”.

Upon the First Ray of My Last Sun è l’unico brano strumentale: che ruolo ha all’interno della storia?
È il momento in cui le parole finiscono. Non per mancanza, ma perché certi stati interiori non ne hanno bisogno — o non ne sono degni. È l’alba dell’ultimo giorno: il protagonista guarda per l’ultima volta un raggio di sole, e non c’è nulla da aggiungere. Abbiamo sentito che quella scena richiedeva silenzio nella voce e densità nella musica. È il brano che forse rappresenta al meglio una nostra tensione costante: la ricerca della capacità di raccontare senza spiegare.

Rispetto ai vostri lavori precedenti, in cosa sentite che questo disco vi rappresenta di più (o di meno)?
Semper Tacui non ci rappresenta di più o di meno rispetto ai lavori precedenti: ci rappresenta adesso. L’EP “Vitriol”, “Into the Silence I Sink”, la raccolta “Butterflies” e questo disco sono anelli della stessa catena — ognuno rappresenta il punto in cui eravamo in quel momento, e nessuno annulla o supera gli altri. Chi conosce il nostro percorso sentirà quanto tutto sia coerente, anche attraverso il cambio di nome e di formazione. Non c’è un “disco definitivo” in questa storia: c’è una ricerca in corso, e Semper Tacui è semplicemente il posto in cui si trova quella ricerca oggi.

“Broken and Dragged” apre il disco: è l’arresto, la tortura, o l’ingresso nella cella?
Tutte e tre, in rapida successione. Il titolo descrive proprio quella sequenza brutale: si viene presi, si viene torturati e si finisce in una cella, soli con i propri pensieri e il proprio dolore. Il brano apre con un’introduzione volutamente disorientante — come quando la realtà crolla improvvisamente — e poi tutto precipita. Volevamo che l’ascoltatore venisse catapultato nella storia senza preavviso, esattamente come succede al protagonista.

In “Waterfall” l’immagine dell’acqua è centrale: è un simbolo di salvezza o di erosione?
Entrambe, e questa ambiguità è intenzionale. L’acqua che scava la roccia è la stessa che disseta: il Tempo distrugge ma anche definisce le forme. Nel contesto del disco, la cascata è soprattutto la metafora dell’esecuzione, ma segue il lento logoramento dell’identità sotto una pressione costante. C’è però qualcosa di quasi meditativo in quell’immagine, e nel desiderio del protagonista di fuggire – anche solo per un momento di pace – alla sua condizione di “viaggio tra i flutti del Tempo” verso una fine inevitabile.

“Weaker and Fading” sembra il momento di maggiore resa emotiva: è la perdita dell’identità o la sua trasformazione?
Si tratta della trasformazione, anche se avviene attraverso qualcosa che assomiglia moltissimo alla perdita. È il momento in cui il protagonista è al minimo delle forze fisiche, ma paradossalmente al massimo della chiarezza interiore. “Weaker and Fading” non è una resa: è la distillazione. Tutto quello che non era essenziale è già stato eroso. Quello che rimane è irriducibile. La presenza di Geoff in quel brano ha amplificato esattamente questa dimensione — una voce consumata dall’esperienza che incontra quella del protagonista nel momento più fragile e più vero.

“I See the Flames” chiude il disco: rappresenta una fine fisica, una condanna o un atto di testimonianza?
Un atto di testimonianza, prima di tutto. La fine fisica c’è — le fiamme sono reali, il rogo è reale — ma il peso del brano sta altrove. Sta nel fatto che il protagonista arriva a quel momento avendo già vinto la sua battaglia interiore. Non viene sconfitto, al massimo può essere eliminato ma il suo pensiero resta. È una differenza enorme. E quella differenza è la stessa che accomuna la cella dello Steri a qualsiasi sistema che abbia mai cercato di zittire qualcuno annientandone il corpo. I corpi si possono bruciare. Le frasi incise sui muri no. Per citare Bulgakov: “I libri non bruciano”.

Il titolo significa “Ho sempre taciuto”: è un silenzio imposto o una scelta di resistenza?
Si tratta decisamente di una scelta di resistenza. Per il nostro protagonista – ma non solo – l’abiura sarebbe la soluzione più comoda, e la forza richiesta per tacere accettandone le conseguenze è titanica. Nella fattispecie dei processi d’inquisizione, poi, l’abiura era l’obiettivo desiderato dal potere, molto più di quanto non lo fosse la condanna a morte. Lo scopo, sia dichiarato che fattuale, era quello di piegare più le coscienze che i corpi, ottenendo un pubblico diniego di qualsiasi idea difforme.

Oggi il dissenso raramente passa per la tortura fisica, ma esistono forme più sottili di repressione: vedete un legame tra l’Inquisizione e il presente?
Raramente?!?

Secondo voi, il tempo è davvero il nemico principale dell’essere umano? O è solo lo specchio delle nostre paure?
Entrambe le cose, e il confine tra le due non è mai netto. Il Tempo è l’unica forza davvero indifferente all’essere umano: non ti odia, non ti vuol bene, ti consuma e basta. Ed è proprio questa indifferenza a renderlo insopportabile. Quando la paura del Tempo diventa paura della morte, della dimenticanza, dell’irrilevanza — lì diventa specchio. Il nostro protagonista ha guardato in quello specchio per un anno intero e ha scelto di non distogliere gli occhi e -anzi- di sfidare orgogliosamente il tempo, di fatto vincendolo nell’immortalizzazione del suo messaggio.

Semper Tacui va ascoltato in sequenza dall’inizio alla fine: quanto è importante per voi l’ascolto integrale rispetto al singolo brano?
È fondamentale. I singoli brani funzionano anche estratti dal contesto — o almeno lo speriamo — ma il senso pieno del disco emerge solo nell’ascolto integrale. Abbiamo costruito Semper Tacui come un’unica narrazione che si sviluppa nel tempo, interiore ed esteriore, ed è abbastanza coerente che un disco sul Tempo richieda tempo per essere attraversato.

Questo album sembra chiedere lentezza e attenzione: pensate sia un disco “controcorrente” rispetto al consumo veloce della musica oggi?
Senza dubbio è controcorrente, non sappiamo se sia la scelta giusta ma è la nostra modalità espressiva. Non è una scelta ideologica in senso astratto — non ci siamo seduti a tavolino a dire “facciamo qualcosa di difficile”. È semplicemente che la storia che volevamo raccontare richiedeva quello spazio. Se comprimi Semper Tacui in tre minuti di reel su Instagram perdi esattamente tutto. E va bene così: non è un disco per tutti i momenti, ma speriamo sia un disco per tutte le persone, specie per quelle che abbiano la voglia di concedersi del tempo per ragionare sul tempo.

Se doveste riassumere il senso del disco in una frase non musicale, quale sarebbe?
Sappiamo di deluderti ma ti daremo la risposta più banale, ma al contempo la più precisa: la frase in questione è proprio “Semper Tacui”, con tutto il portato metaforico che abbiamo scelto di legarle.

Questo disco chiude un ciclo o ne apre uno nuovo per gli Inner Vitriol?
Questo disco cristallizza il lungo percorso di ricostruzione che abbiamo attraversato dal 2023 in poi: il cambio di nome, la nuova formazione, i singoli, l’EP. Tutto tendeva a questo. Il suo ruolo però è duplice: una volta affermata, in maniera così sofferta e ragionata, questa nuova identità completamente definita, possiamo solo passare alla prossima avventura compositiva e vedere dove ci porterà il nostro viaggio.

Vi immaginate di portare questo concept anche dal vivo, magari con una parte visiva o narrativa?
È qualcosa che ci affascina molto, e su cui stiamo ragionando. Il disco ha una dimensione visiva molto forte già nell’immaginario che genera — le celle, i graffiti, la luce dell’alba sull’esecuzione — e portarla sul palco in modo coerente sarebbe un sogno. Non sappiamo se avverrà, ma se avvenisse vorremmo lasciar spazio alla musica piuttosto che ricalcare didascalicamente il concept come in alcuni – piuttosto tristi – esperimenti del passato. Quello che stiamo cercando è qualcosa che amplifichi senza sovrascrivere.

Dopo un lavoro così legato a un’idea forte, vi sentite più liberi o più vincolati per il prossimo disco?
Molto più liberi. Semper Tacui era un disco che dovevamo fare — nel senso più letterale: lo portavamo dentro da anni, e finché non era uscito occupava un posto enorme. Ora che c’è, quell’ingombro si è trasformato in fondamenta su cui costruire.

Rispetto a Into the Silence, come sentite che sia cambiato il vostro approccio al Progressive Metal? La necessità di raccontare una storia così claustrofobica ha influenzato la complessità tecnica dei brani?
Una certa complessità tecnica c’è ancora, ma crescendo abbiamo cercato di rendere la tecnica sempre più narrativamente funzionale e sempre meno manieristicamente esibita. Anche in Into the Silence, comunque, il punto di partenza era il concept. Speriamo di riuscire a trasmettere emozioni alle ascoltatrici e agli ascoltatori, e se un passaggio ostentatamente tecnico può servire a veicolare una sensazione (ad es. distacco o freddezza) è lì per quel motivo, e per nessun altro.

Un concept così denso richiede un suono che sappia essere sia “granitico” come le mura dello Steri, sia etereo come i pensieri dei condannati. Qual è stata la sfida più grande in fase di mixaggio per ottenere questo equilibrio?
La sfida principale era che i due estremi non si escludessero a vicenda nello stesso brano — anzi, spesso nello stesso momento. Marco Barusso ha capito subito quello che cercavamo: un suono in cui il basso e la batteria abbiano un peso fisico reale, quasi soffocante, mentre la voce e certi passaggi di chitarra restino sospesi sopra tutto questo, quasi immateriali. Trovare la linea di confine giusta ha richiesto molto lavoro e molto ascolto, ma siamo molto contenti del risultato.

Chi è l’eretico oggi? Pensate che il messaggio di resistenza intellettuale contenuto nei graffiti di quattro secoli fa possa risuonare anche nel contesto sociale contemporaneo?
La cosa sorprendente è come la risposta a questa domanda evolva nel giro di settimane al giorno d’oggi, visto che il sistema filosofico di riferimento e in continuo aggiornamento, e non sempre viene da una vera “digestione dal basso” ma spesso da tendenze algoritmiche e manipolatorie. In senso generale, pensiamo che l’eretico oggi sia chiunque si rifiuti di semplificare, e in questo -ciascuno nel suo ambito- tutte e tutti siamo esposti al rischio di essere bollati come “eretici”. I meccanismi sono cambiati — nessuno finisce più sul rogo per aver pensato in modo difforme, almeno non nelle società in cui ci muoviamo noi — ma la pressione a conformarsi, a ridurre la complessità a slogan condivisibili, a non disturbare il consenso dominante è più forte che mai. La risposta a quella pressione è sempre la stessa: capire chi sei, restarlo, e accettarne le conseguenze. Non è eroismo. È semplicemente l’unica alternativa dignitosa.

Dopo un lungo silenzio (coerente con il titolo del disco), cosa vi aspettate da questo marzo 2026? Come pensate di portare questa narrazione così intima e potente nella dimensione live?
Non ci aspettiamo niente di specifico — e lo diciamo come una cosa positiva. Abbiamo smesso da un po’ di ragionare in termini di aspettative sul risultato: ci concentriamo sul fare bene quello che è nelle nostre mani. Dal vivo, quello che vogliamo portare è la stessa onestà del disco: nessuna mediazione, nessuna rete di sicurezza. Questi brani vivono di tensione, e la tensione live è di un’altra natura rispetto a quella in studio, ma il palco – anche più inesorabilmente del disco – non perdona le bugie ed è esattamente per questo che ci piace. 

MAURIZIO DONINI

Band:
Gabriele Gozzi / Vocals
Michele Di Lauro / Guitars
Francesco Lombardo / Bass, Keyboards and spoken voice
Michele Panepinto / Drums

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