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Frontiers Rock Festival 2026 – Tre giorni nel cuore del melodic rock

Frontiers Rock Festival 2026 – Tre giorni nel cuore del melodic rock

Ci sono festival che si distinguono per la grandezza delle loro line-up e altri che fanno dei numeri il proprio principale biglietto da visita. Il Frontiers Rock Festival, invece, continua a percorrere una strada diversa. Non punta sulle folle oceaniche né sull’effetto spettacolare dei grandi eventi estivi, ma su qualcosa di più raro: una comunità di appassionati che ogni anno sceglie di ritrovarsi a Trezzo sull’Adda per celebrare una musica che, lontana dai riflettori del mainstream, continua a dimostrare una sorprendente vitalità.

Il Live Club è ormai molto più di una semplice location. È diventato la casa naturale del festival, un luogo in cui artisti, addetti ai lavori e pubblico convivono per tre giorni senza particolari barriere. Basta guardarsi intorno per incrociare musicisti appena scesi dal palco girare nell’area esterna del Club, disponibili a scambiare due parole e semplicemente respirare quell’atmosfera familiare che rappresenta uno dei veri punti di forza della manifestazione.

L’edizione 2026 arrivava accompagnata da aspettative particolarmente elevate. Reunion annunciate nei mesi precedenti, unite alla presenza di autentiche istituzioni del rock melodico e graditi ritorni, avevano acceso l’entusiasmo degli appassionati ben prima dell’apertura dei cancelli. E il colpo d’occhio del venerdì pomeriggio è stato probabilmente il primo grande successo del festival.

Da anni seguo il Frontiers Rock Festival e raramente avevo visto il Live Club così gremito già nella giornata inaugurale. Fin dalle prime ore del pomeriggio il pubblico affluisce numeroso, con fan arrivati da tutto il mondo che riempiono rapidamente ogni spazio disponibile. Si sentono parlare inglese, tedesco, svedese, spagnolo e naturalmente italiano; c’è chi sfoggia le magliette consumate dei Giant, chi quelle degli H.E.A.T., chi degli Stryper o dei Night Ranger. Molti si ritrovano dopo essersi conosciuti nelle precedenti edizioni, altri vivono il festival per la prima volta, ma tutti condividono la stessa sensazione: quella di essere nel posto giusto.

L’impressione è che gran parte dei presenti abbia segnato questa giornata sul calendario già da mesi. La reunion dei Giant e la presenza degli Starship rappresentano due richiami irresistibili, ma il programma promette molto anche prima degli headliner. Ed è proprio una delle band meno attese a regalare la prima, piacevole sorpresa del weekend.

Venerdì 1 maggio – Tra sorprese, imprevisti e grandi ritorni

Il compito di inaugurare il Frontiers Rock Festival 2026 spetta agli svedesi Streetlight. Aprire un festival non è mai semplice: il pubblico sta ancora prendendo posto, l’attenzione è inevitabilmente dispersa e il rischio di passare inosservati è sempre dietro l’angolo. Il quintetto nordico, però, impiega davvero poco a conquistare la platea.

La loro miscela di melodic rock moderno, sorretta da un songwriting ispirato e da una prova impeccabile sul piano tecnico, rappresenta una delle sorprese più gradite dell’intera manifestazione. Il suono è potente ma pulito, i musicisti dimostrano sicurezza e le canzoni funzionano ben oltre le aspettative. In molti, probabilmente, erano entrati nel Live Club senza conoscere il loro nome; ne escono con la curiosità di approfondirne la discografia – io, per primo. Difficile immaginare un’apertura migliore.

Le aspettative sono decisamente più alte per gli Shiraz Lane. I finlandesi, già da me apprezzati in passato per l’energia e l’attitudine da perfetta live band, questa volta non riescono però a replicare le ottime impressioni lasciate nelle precedenti occasioni. Una resa sonora poco convincente finisce per penalizzare l’intera esibizione, togliendo incisività a un gruppo che appare insolitamente frenato.

L’impegno non manca, ma il concerto fatica a trovare continuità e si chiude senza lasciare il segno che ci si sarebbe aspettati.

L’assenza forzata di Robin Beck e degli House of Lords, costretti a rinunciare alla partecipazione per problemi di salute, apre invece la strada a una delle rivelazioni della giornata. Tra quelli chiamati a sostituirli con pochissimo preavviso ecco il giovane Dan Byrne, che affronta una platea tutt’altro che semplice con grande personalità. Se il repertorio proposto non offre brani destinati a entrare nella memoria collettiva, la qualità della voce e il carisma del cantante riescono ampiamente a compensare questa mancanza. La sua è una prestazione sincera, convincente e, soprattutto, capace di trasformare un potenziale ripiego in una piacevole scoperta.

Diverso il discorso per i Creye. Anche in questo caso i problemi di suono incidono pesantemente sulla resa del concerto, ma la sensazione è che le difficoltà non dipendano soltanto dall’aspetto tecnico. La band appare contratta, quasi intimorita, e il cambio di cantante non sembra aver modificato quelle perplessità che già avevano accompagnato la loro precedente apparizione al festival. Le qualità ci sono, ma sul palco manca ancora quella personalità indispensabile per sostenere un posto così prestigioso in cartellone.

Con Russ Ballard il festival cambia completamente atmosfera. Ottant’anni portati con una naturalezza disarmante, il musicista britannico non cerca di stupire con virtuosismi o prestazioni atletiche. Fa qualcosa di molto più difficile: intrattiene. Racconta, scherza, dialoga con il pubblico e, soprattutto, mette in fila una sequenza impressionante di canzoni che fanno parte della storia del rock. Quando risuonano Since You’ve Been Gone e God Gave Rock and Roll to You, il Live Club diventa un gigantesco coro, tributando a Ballard l’omaggio che spetta a uno dei più grandi autori della sua generazione.

Poi arriva il momento che tutti stavano aspettando.
O quasi.

Pochi minuti prima dell’orario previsto per l’inizio del concerto dei Giant, la host e presentatrice Cassidy Paris – giovane stella australiana di casa Frontiers – sale sul palco con un’espressione decisamente più seria del solito. Annuncia che la band sta affrontando un problema e che sarà necessario attendere. In sala cala un silenzio carico di interrogativi, mentre iniziano a rincorrersi le ipotesi più disparate.

A fare chiarezza è Mario Riso, tra gli organizzatori della manifestazione, che racconta quanto accaduto durante il soundcheck: il bassista Mike Brignardello è stato vittima di una rovinosa caduta ed è stato trasportato in ospedale per quella che appare come una sospetta frattura. Una notizia che rischia seriamente di compromettere l’evento più atteso della giornata.

Passano oltre trenta minuti. L’attesa cresce, ma nessuno lascia il proprio posto.

Quando finalmente i Giant salgono sul palco, l’applauso che li accoglie è probabilmente il più caloroso dell’intero festival.
Quello che segue è molto più di un semplice concerto. È una dimostrazione di professionalità.

Costretti a reinventare parte dello show pochi minuti prima dell’inizio, con il tastierista impegnato a coprire come possibile l’assenza del basso, i Giant offrono una prestazione di livello assoluto. Dan Huff continua a essere un chitarrista sopraffino e il cantante Byan Cole supera con autorevolezza l’esame più difficile, confrontandosi con un repertorio che appartiene ormai alla storia dell’AOR.
I grandi classici dei primi album vengono accolti da un entusiasmo travolgente e, paradossalmente, proprio l’imprevisto contribuisce a rendere questo concerto ancora più memorabile.

Se i Giant rappresentano il cuore emotivo della giornata, agli Starship spetta il compito di chiudere il venerdì nel segno della grande festa. E la missione riesce alla perfezione.

Mickey Thomas è ancora in splendida forma e guida la band con l’autorevolezza di chi conosce perfettamente il proprio mestiere. Il repertorio attraversa decenni di storia del rock americano, alternando i successi degli Starship ai brani che affondano le radici nelle precedenti incarnazioni della band, trasformando il Live Club in un enorme coro collettivo soprattutto sulle immortali Nothing’s gonna stop us now e su We biult this city.

Le ultime note arrivano ben oltre l’orario inizialmente previsto, inevitabile conseguenza del ritardo accumulato nel pomeriggio. Ma nessuno sembra farci caso. Dopo una giornata così intensa, l’unica sensazione condivisa è quella di aver assistito a un’apertura di festival difficile da dimenticare.

Sabato 2 maggio – L’esperienza sale in cattedra

Dopo il bagno di folla della giornata inaugurale, il sabato si apre con un’affluenza leggermente inferiore, ma il Live Club continua a presentare un colpo d’occhio più che confortante. Del resto, il Frontiers Rock Festival non è soltanto il festival degli headliner: molti spettatori arrivano fin dal primo pomeriggio per seguire ogni singola esibizione, consapevoli che spesso sono proprio le band meno celebrate a regalare le sorprese più interessanti.

Ad aprire la seconda giornata sono gli svizzeri Fighter V, chiamati a rompere il ghiaccio con il loro hard rock dalle forti influenze anni Ottanta. Le potenzialità ci sono tutte: le canzoni funzionano, l’attitudine è quella giusta e la band dimostra grande voglia di conquistare il pubblico. A tradirli, però, è una prestazione che fatica a trovare continuità. Il suono risulta spesso impastato e i musicisti sembrano accusare qualche difficoltà sul palco, perdendo parte dell’impatto che le loro composizioni avrebbero meritato. Rimane la sensazione di trovarsi davanti a un gruppo che possiede ancora ampi margini di crescita.

A riportare immediatamente energia sul palco ci pensano gli italiani Hell In The Club. Giocare in casa rappresenta sempre una responsabilità particolare, ma la band affronta l’appuntamento con la consueta professionalità. La cantante Terese Persson dimostra fin da subito di trovarsi perfettamente a proprio agio in questa dimensione, cercando continuamente il contatto con il pubblico e contribuendo a rendere lo spettacolo dinamico e coinvolgente. Senza particolari rivoluzioni, gli Hell In The Club fanno esattamente ciò che ci si aspetta da loro: un concerto solido, divertente e perfettamente inserito nel contesto del festival.

Il testimone passa quindi agli inglesi Atlantic, protagonisti di una delle esibizioni più eleganti dell’intera manifestazione. Dal punto di vista tecnico c’è davvero poco da eccepire: la band suona con precisione e grande competenza, ma è proprio la scelta della scaletta a non convincere fino in fondo. L’impressione è che si punti più sull’omogeneità che sulla ricerca del momento capace di accendere definitivamente il pubblico. Il risultato è uno show piacevole, ma meno coinvolgente di quanto il valore dei musicisti avrebbe lasciato immaginare.

Con i Degreed il ritmo torna ad alzarsi sensibilmente. Gli svedesi confermano ancora una volta di essere una macchina perfettamente rodata, capace di alternare melodie accattivanti e un’attitudine decisamente più grintosa rispetto a molte formazioni della scena AOR contemporanea. Pur senza raggiungere i picchi emotivi che caratterizzeranno il finale di giornata, la loro prestazione convince per equilibrio, compattezza e presenza scenica, dimostrando perché siano ormai una presenza consolidata all’interno del roster Frontiers.

Le aspettative erano forse ancora maggiori nei confronti degli Heaven’s Edge. Gli americani portano sul palco un repertorio e una storia di assoluto valore, ma la sensazione è che il tempo abbia inevitabilmente presentato il conto. L’energia non manca, così come la voglia di divertirsi, ma il concerto non riesce mai a trovare quella scintilla capace di renderlo davvero memorabile. Anche in questo caso la resa sonora non aiuta, finendo per appiattire una scaletta che avrebbe meritato maggiore incisività.

È però da questo momento che il festival cambia marcia.

Gli H.E.A.T. non hanno più bisogno di presentazioni. Negli ultimi anni la formazione svedese si è guadagnata la reputazione di una delle migliori live band dell’intero panorama hard rock europeo e anche questa volta dimostra il perché.

Il ritorno di Kenny Leckremo ha confermato quell’alchimia che molti fan speravano di mantenere dopo il passaggio di testimone dall’energico ed eclettico Erik Gronwall. Fin dal primo brano il cantante domina il palco con un’energia inesauribile, correndo da una parte all’altra senza mai perdere precisione vocale. Attorno a lui la band si muove come un meccanismo perfettamente sincronizzato, alternando brani del nuovo album ai classici più amati con una naturalezza disarmante.

Ogni canzone viene accolta da cori, applausi e una partecipazione crescente da parte del pubblico, trascinato da uno show che rappresenta probabilmente il miglior esempio di come dovrebbe esibirsi oggi una band di hard rock melodico. Potenza, tecnica, spettacolo e coinvolgimento convivono in un equilibrio praticamente perfetto.

Un elemento, però, rende questa esibizione ancora più significativa all’interno del contesto del festival: gli H.E.A.T. sono infatti gli unici veri “ospiti speciali” dell’intera manifestazione. Tutte le altre band presenti sul bill fanno parte del roster Frontiers Records, etichetta che organizza e sostiene il festival, mentre la formazione svedese arriva qui in qualità di guest di lusso. Una presenza che, lungi dall’essere marginale, finisce per imporsi come uno dei momenti più alti dell’intero weekend.

Se gli H.E.A.T. firmano la prestazione più esplosiva della giornata, ai Night Ranger spetta il compito di chiudere il sabato affidandosi all’esperienza.
Ed è proprio l’esperienza a fare la differenza.

Jack Blades e compagni dimostrano ancora una volta che il carisma non si improvvisa. Bastano pochi minuti perché il Live Club si trasformi in un’unica voce, accompagnando ogni ritornello di una scaletta costruita con intelligenza e ricca di classici intramontabili. La band suona con una naturalezza quasi disarmante, senza bisogno di effetti speciali o artifici scenici: è la forza delle canzoni a sostenere l’intero spettacolo. Brad Gillis è il solito mostro di tecnica e ogni nota sprigionata dalla sua chitarra è ben pesata e sa colpire – così come Kelly Keagy, sempre preciso dietro la batteria ed estremamente espressivo quando tocca a lui cantare.
(You can still) Rock in America, The secret of my success e soprattutto Sister Christian, inframezzati da brani dei Dam Yankees come Coming of age e High enough sono canzoni che varrebbero da sole il prezzo del biglietto.

Quando le luci si riaccendono al termine della seconda giornata, resta la sensazione di aver assistito a un sabato meno ricco di colpi di scena rispetto alla vigilia, ma estremamente solido sotto il profilo musicale. Se il venerdì aveva emozionato con le sorprese e gli imprevisti, il sabato ha ricordato a tutti perché alcune band continuino, dopo decenni di carriera, a rappresentare autentici punti di riferimento della scena internazionale.

Domenica 3 maggio – Un finale in crescendo

Dopo due giornate intense, il terzo giorno del Frontiers Rock Festival si apre con un ritmo inevitabilmente più disteso. L’affluenza è ancora buona, anche se leggermente inferiore rispetto al venerdì record e al solido sabato, ma il pubblico presente dimostra fin dalle prime ore di essere quello più “resistente”, composto da chi ha scelto di vivere il festival fino all’ultima nota.

È una domenica che sembra costruita su un equilibrio diverso: meno grandi attese concentrate sugli headliner e più spazio per una progressione graduale, quasi cinematografica, che accompagna lo spettatore verso il finale.

Ad aprire la giornata sono gli italiani It’s A Lie, che propongono un hard rock dalle tinte moderne e ben strutturate. L’impatto non manca, così come la cura negli arrangiamenti, ma la sensazione è quella di una band ancora alla ricerca di una piena identità distintiva. Un set corretto, solido, ma che non riesce a lasciare un segno profondo.

Decisamente più interessante la proposta dei Transatlantic Radio, progetto che mette insieme musicisti svedesi e americani e che sembra guardare con attenzione al classic rock di scuola anni Settanta e Ottanta. Il riferimento ai Toto appare evidente in più momenti, non tanto come imitazione quanto come direzione estetica. La qualità esecutiva è indiscutibile, ma si ha talvolta la sensazione che il contesto festivaliero non permetta alla loro musica di respirare completamente, come se avrebbe bisogno di spazi più dilatati per esprimersi appieno.

Con gli Smoking Snakes si cambia registro, tornando su territori più ruvidi e immediati. Giovani, energici e chiaramente influenzati dall’immaginario degli WASP di Blackie Lawless, costruiscono uno show diretto e senza fronzoli. Il coinvolgimento del pubblico è buono, anche se l’impressione è che la band debba ancora consolidare una propria identità autonoma rispetto ai modelli di riferimento.

Stessa valutazione, in parte, per i Confess, che propongono un heavy metal moderno ben suonato ma non sempre incisivo sul piano dell’impatto emotivo. Interessante, nel finale, la rilettura di What’s Love Got to Do with It di Tina Turner, che rappresenta uno dei momenti più curiosi della giornata, pur senza stravolgere l’andamento generale del set.

Il primo vero cambio di passo arriva con John Corabi. L’ex cantante dei Mötley Crüe si conferma ancora una volta un frontman di grande esperienza e straordinaria presenza scenica. Accompagnato da musicisti di assoluto livello — tra cui spicca Michael Devin al basso — Corabi alterna brani del proprio repertorio a incursioni nel passato delle sue varie esperienze artistiche, costruendo uno show dinamico, divertente e soprattutto genuino. È uno di quei concerti in cui la tecnica passa in secondo piano rispetto alla capacità di intrattenere e creare connessione con il pubblico.

La sensazione di crescita progressiva della giornata trova ulteriore conferma con i Nelson. Probabilmente una delle sorprese più piacevoli dell’intero festival. Attesi da me con sentimenti contrastanti, i fratelli Nelson si presentano in una forma sorprendente. L’equilibrio vocale è ancora intatto, la band suona compatta e sicura e il repertorio, inevitabilmente, fa il resto. Il momento culminante arriva con Love and Affection, trasformata in un grande coro collettivo che coinvolge l’intera sala.

A questo punto la sensazione è chiara: il festival è pronto per il suo ultimo atto.

Gli Stryper hanno il compito di chiudere il Frontiers Rock Festival 2026 e lo fanno con la sicurezza di chi conosce perfettamente il proprio ruolo. Michael Sweet appare in ottima forma vocale e guida la band attraverso una scaletta che alterna classici intramontabili a brani più recenti, mantenendo sempre alta l’attenzione del pubblico, che riceve la consueta benedizione a suon di lanci di bibbie.

Non mancano alcuni problemi tecnici, in particolare legati ai suoni in-ear, che costringono la band a qualche adattamento in corso d’opera, ma nulla che riesca a compromettere l’impatto complessivo della performance. L’energia rimane costante fino alla fine e il concerto si impone come una chiusura solida e coerente dell’intero weekend.

Quando le luci del Live Club si riaccendono dopo le ultime note, il flusso del pubblico verso l’uscita è lento e quasi riluttante. C’è chi si ferma per un ultimo sguardo al palco, chi si intrattiene nei corridoi del locale e chi già inizia a pianificare il ritorno dell’anno successivo.

E c’è anche chi rimane a cantare e ballare sulle note di chiusura di brani dei Journey e Foreigner, sapientemente selezionati dal DJ Mario Tio, inamovibile presenza in eventi come questo.

Il Frontiers Rock Festival 2026 si chiude così, stringendo la mano al patron Serafino Perugino: non un singolo momento simbolico, ma con una sensazione diffusa di completezza. Tre giorni diversi tra loro, ma legati da un filo comune fatto di passione, musica e una comunità che continua a riconoscersi in questo appuntamento annuale. Un festival che, anche quest’anno, ha dimostrato che il melodic rock non è soltanto memoria del passato, ma una realtà viva e condivisa nel presente.

Report by SANTI LIBRA 

Credits: si ringrazia Frontiers (Martina Palermo in particolare) e Live Club per la gentilissima disponibilità e la perfetta organizzazione dell’evento.