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YES “UK & European tour 2016 – playing Fragile & Drama” – …

YES “UK & European tour 2016 – playing Fragile & Drama” – …

Ci troviamo all’OBIHALL di Firenze per gli YES, la terza delle quattro date italiane del tour 2016.
Gli YES non hanno bisogno di presentazioni, sono stati uno dei principali esponenti del Progressive Rock inglese da metà degli anni settanta fino agli anni ottanta, nel corso degli anni si sono avvicendati numerosi componenti portando cambiamenti allo stile del gruppo, iniziando dal progressive rock (il loro periodo “Classico”) al rock e all’arena rock, esperti nel suonare dal vivo e con una storia musicale che dura da 47 anni.

YES UK & European Tour – Spring 2016 – Fragile & Drama.
Con questo tour, portano live uno degli album che li ha resi icone del panorama progressive rock, Fragile, anno 1971, acclamato dalla critica come un capolavoro e parte di Drama, anno 1980, un album che da quasi trent’anni non veniva più suonato live.
L’inizio del concerto

Entriamo, prendiamo posto e puntuali, ore 21:00 in punto, si abbassano le luci e in sottofondo parte “Onward”, si accede uno spot che illumina un angolo del palco nel quale è presente un basso in solitario sul suo piedistallo in ricordo di Chris Squire, co-fondatore degli Yes scomparso a giugno 2015, “Onward” è un pezzo scritto da Squire e presente nell’album Tormato del 1978, durante il concerto è stato ricordato anche Peters Banks scomparso nel 2013.

Un caloroso applauso termina questo intro in onore di Squire ed eccoli entrare…
Steve Howe(chitarra)
Alan White (batteria)
Geoff Downes (tastiere)
Jon Davison (voce)
Billy Sherwood (basso)

Si inizia subito con “Machine messiah”, primo brano dell’album Drama, durata 15 minuti, un’esplosione di suoni, Steve Howe in tutta scioltezza e ancheggiando per il palco con i suoi 69 anni, genera virtuosismi sul manico della sua Gibson come non ci fosse un pezzo successivo, tutto il concerto è proseguito confermando le qualità degli artisti presenti sul palco, Geoff Downes avvolto dalle sue dieci tastiere e computer vari, Alan White dietro alla sua batteria tiene la parte ritmica insieme al basso di Billy Sherwood e davanti Jon Davison, forse quello che mi è piaciuto meno nell’insieme, diciamo che il paragone non è stato facile, Jon Anderson, è stato un eclettico trascinatore che ha portato gli Yes agli onori della musica.

Il concerto è stato bello e divertente, i primi pezzi li ho ascoltati dalla galleria e devo dire che le sonorità non mi avevano colpito, troppi alti e pochi bassi, spostandomi in platea mi sono ritrovato avvolto interamente dal suono che ha riempito quei vuoti che avevo percepito facendomi ascoltare veramente un ottimo concerto apprezzando appieno ogni istante.
A differenza della maggior parte dei concerti nei quali ci si ritrova schiere di telefonini alzati a fotografare e filmare ogni cosa che si muove sul palco, questa è stata una delle poche volte che ho apprezzato il pubblico, parliamo di persone “adulte” appassionati del genere e fans degli Yes, il loro obiettivo è stato fin dall’inizio tenere alte le orecchie e ascoltare ogni nota, ogni assolo uscire da quegli strumenti, stare fermi ad ogni stop della band e impazzire tra urla e applausi ad ogni fine canzone per poi restare di nuovo in silenzio e immobile all’inizio della successiva.

Il concerto è proseguito in modo preciso, ogni pezzo fatto con cura e attenzione con momenti come “Owner of a lonely heart” nel quale il pubblico si è scatenano, sempre composti, ma più ondeggianti, un pezzo della storia della musica e una hit anni ottanta, con lo scroscio di applausi finale, “Roundabout” viene riconosciuta alla prima nota con un boato e tutti a mani alzate pronti a tenere il tempo Steve Howe si muove tra due chitarre con una semplicità disarmante purtroppo non ho trovato Jon Davison all’altezza del pezzo ma questo è puro gusto personale che non toglie nulla all’intera performance.

Il pubblico solo alla fine con “Starship Trooper” ha cominciato ad alzarsi e portarsi sotto il palco e solo in quel caso i telefonini l’hanno fatta da padrone, ma ci sta, un ricordo lo possiamo portare a casa, è stata inevitabile a fine concerto la standing ovation con un pubblico in piedi e in delirio.
Il concerto è una trasposizione temporale e modernizzata dei loro concerto di un tempo, sospeso tra passato e presente, le voci, gli abiti, la semplicità degli artisti sul palco, Steve Howe che sposta con il piede il carrellino della sua steel guitar quando ne ha necessità o quando finisce di usarla, oppure quando sparisce dietro le quinte lasciando visibile solo il manico della sua chitarra mentre continua a suonare, a questo aggiungiamo quello che viene trasmesso sul wall, immagini e video psichedelici che in alcuni momenti rendevano fastidioso guardare il palco.

Ho avuto la fortuna di ascoltare un gruppo che ha una storia di strepitosa musica alle spalle, può esserci stata qualche mancanza ma è assolutamente dimenticabile e passabile perché ho potuto vedere dal vivo un pezzo di quella storia che ha contribuito a rendermi il divoratore di musica che sono oggi.

Report by ROBERTO BECCARI
Photoset by TEFFAN HAWK

Credits: si ringrazia BitConcerti per la gentilissima disponibilità e la perfetta organizzazione dell’evento.

Setlist:
Drama
Machine Messiah
White Car
Does It Really Happen?
Into the Lens
Run Through the Light
Tempus Fugit
Time and a Word
Siberian Khatru

Fragile:
Going for the One
Owner of a Lonely Heart

Roundabout
Cans and Brahms
We Have Heaven
South Side of the Sky
Five Per Cent for Nothing
Long Distance Runaround
The Fish (Schindleria Praematurus)
Mood for a Day
Heart of the Sunrise

Encore:
Starship Trooper

Questa la formazione dal vivo: 
Steve Howe (chitarra)
Alan White (batteria)
Geoff Downes (tastiere)
Jon Davison (voce)
Billy Sherwood (basso)

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