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VERDENA “ENDKADENZ VOL.2 TOUR” – LIVE @ Teatro Biondo PALERMO 16-11-2015

VERDENA “ENDKADENZ VOL.2 TOUR” – LIVE @ Teatro Biondo PALERMO 16-11-2015

Si inizia con la solita pantomima degli accrediti che non si trovano. “Si, no, cioè…”. Succede sempre e comincia ad essere fastidioso! Poi ci assegnano un palco (quindi bene) ed Azzurra, la nostra fotografa, che da qui non potrebbe operare in maniera consona, con un po’ di iniziativa riesce a strappare anche un si per fotografare in platea (ma solo i primi 5 pezzi, mi raccomando!). Gli accrediti stampa, non sono un favore che viene rilasciato con scetticismo a chi opera con serietà, ma un benefit prezioso per la pubblicizzazione di un evento. Agevolare il lavoro degli addetti, non sarebbe che il primo vero passo propulsivo verso un futuro radioso per una terra meravigliosa che meriterebbe, anzi DEVE MERITARE, qualcosa di più. Chiuso “pippone” doveroso, proponiamo una domanda di natura filosofica: è giusto portare il rock nei teatri storici? Risposta: ASSOLUTAMENTE SI!  Chiuso il discorso. E’ per questo che questa volta ringraziamo di cuore la crew di Indigo Studio per aver portato al Teatro Biondo di Palermo i Verdena, che a loro volta propongono un meraviglioso Adriano Viterbini come open act.

Andiamo alla “ciccia”. Il concerto inizia con l’amico Adriano che in vacanza dai suoi Bud Spencer Blues Explosion, propone un inedito duo, formato col “compagno di merende” José Rodrigo Caravallo Armas (poliedrico musicista cubano, già in forza nella Bandabardò e nella formazione di Daniele Silvestri). Partenza un po’ in sordina, in verità… come è un po’ nel carattere del musicista romano, che forte di ciò che sa fare, parte sempre con l’umiltà dell’esordiente, per finire con lo stupire sempre tutti a colpi di “mazzate” di sei corde sui denti. Giochiamo con le immagini ridondanti, ma è un po’ quello che è successo anche questa volta. Partono che pare stiano in una soffitta, con un timpano che in verità non suonava proprio benissimo, tanto da sembrare che la pelle fosse compromessa dall’umidità del “sottotetto”. Il brano “Tubi innocenti” (tratto dal suo cd “Film|o|Sound”) non ci mette molto a mettere in mostra una tecnica che non sono in molti a poter sfoderare in Italia. Pare sempre tutto facile quando lo fa lui… come, ad esempio, portarci tutti quanti siamo in quella soffitta ideale dove stanno suonicchiando fra loro e farci ammassare all’inverosimile attorno al loro magnifico secondo pezzo macchiato dal sangue delle galline del Delta: “Special Rider”. Siamo in pieno clima voodoo e a ruota giustappongono una magnetica “Tunga Magni”. Le emozioni non lasciano scampo. Che fatica non avere un basso a portata di mano in certe occasioni! Il breve set prosegue con l’omaggio alla terra di Caravallo, una bellissima versione di Chan Chan. Compay Segundo avrà gradito. Il leggero filo del fumo del suo sigaro filava regolare (almeno così mi è sembrato di vedere) sul limitare delle quinte di un palco meraviglioso, segno che tutto era come doveva essere. Certo che quando il sòr Ramones Caravallo soffia nella sua tromba, davvero si crea un’atmosfera particolare. Il tempo pare fermarsi. E invece, tra l’entusiasmo generale di un pubblico sempre più rapito dalle meravigliose atmosfere create, il tempo è inclemente e non resta che suonare una meravigliosa versione di “Malaika” di Fadhili Mdawida e chiudere poi in bellezza con “Sleepwalk” (cover di Santo & Johnny, sempre proposta nel suo lavoro solista uscito di recente per Bomba Dischi e distribuito da Goodfellas). Abbiamo l’impressione che il set dovesse durare un pelo di più e che sia stato troncato da un direttore di palco fin troppo severo. Apprezziamo, oltre alla sua musica, anche la solerzia e dignità con cui il Viterbini prende atto della cosa e sgombra il palco per l’evento tanto atteso in città, signore e signori: i Verdena!

L’atmosfera in sala pare mutuata da un dipinto di De Nittis. I fatti di Parigi sono ancora vividi per non avere un strano disagio addosso affacciandomi alla balconata e vedendo tutta la platea, piena in ogni ordine di posti, eppure c’è un clima lieto, leggero, lo definirei “mondano”. Cerco di non pensare. Cerchiamo tutti insieme di non farlo.

I tanto attesi, partono all’unisono con un incipit “super noise”. Una luce blue batte il tempo in sincrono col rullante ed illumina Luca (il drummer) dal basso verso l’alto, come si faceva negli anni ’80. Come per Phil Collins nel video di Mama, la luce deforma i tratti del viso e disegna un ghigno inquietante. E’ cambiato il drumming del “piccolo” di casa Ferrari. Forse del trio iniziale è quello che più si è evoluto artisticamente. Non è più l’emulo acritico di Dave Grohl, che picchia come un forsennato dal primo all’ultimo pezzo. Ha acquisito molto in dinamica, è metronomico, ed ha grande creatività. Tutta quella di cui necessita la band per caratterizzare un corso di più ampio respiro, rispetto alle canzoncine tirate che pure ancora tanto ci piacciono. Ho citato Phil Collins e proprio i Genesis mi vengono in mente per come viene “trattato” il primo finale. I Genesis del live per la televisione belga del 1972. Vi sembrerò un pazzo scriteriato nel scriverlo, ma vi ho trovato tanto di loro in questo concerto. La disposizione “progettata” del palco, le tastiere, l’ordine maniacale degli intro, delle strofe, dei ritornelli… uno sforzo supremo di fare bene quello che bisogna fare. I fans più accaniti, quelli che storcono il naso all’indirizzo del nuovo corso, si stanno perdendo molto, non accorgendosi del momento di grande evoluzione sonora della band. La Universal avrà pure azzeccato l’operazione commerciale di smembrare i due capitoli di Endkadenz, ma secondo me resta un’opera da fruirsi in maniera univoca, completa, come le grandi opere del rock di una volta. Non c’è da fare grandi proporzioni, oggi si suona in maniera diversa, e grazie al cielo, Alberto e compagnia, non dimenticano le radici post-punk/post-grunge che li hanno caratterizzati in passato. Il mix che ne viene fuori è qualcosa di grandioso che la dimensione “teatrale” esalta (fossi in loro, oggi, cercherei di suonare solo nei teatri). Contesto fortemente la scelta del basso Hofner da parte di Roberta nella prima parte del set. Per quei pezzi, il troppo poco “attacco”, penalizza la fruizione che invece mi pare riacquistare equilibrio quando Alberto propone la chitarra acustica. Per tutta la prima serie di brani, quasi non lo si distingueva dal rumore di fondo. Va bene tirare dentro un po’ il basso, ma lei suona delle parti eccelse e non sentirle mi fa un po’ male al cuore. Sul terzo pezzo, la faccia allucinata di Luca me lo fa sembrare un Kaspar Hauser piovuto da chi sa dove dietro i tamburi. Un “sauvage” non dotato di parola, ma di una poetica capacità di parlare con i tamburi. Alberto, invece, non è più il fresco teenager di un tempo. Incontrato nel backstage ha la faccia segnata dai tanti concerti. Eppure on stage è il ragazzino di sempre. Un po’ viziato, è forse l’unico veramente consapevole del proprio talento. Spesso viene tacciato di presunzione, di arroganza, ma invece, nel chiedergli una banale informazione, vi ho ritrovato (in quel viso) la delicatezza e l’umida sofferenza di quando lo conobbi agli esordi, ormai tremila anni fa. Bisognerebbe fare un lungo discorso su quale sia l’essenza primaria del rock’n’roll… ecco, se ne esiste una, so che in lui c’è, anzi, mi correggo, lui la rappresenta al meglio. A 70 anni sarà sempre Alberto dei Verdena, proprio come Keith Richards è Keith Richards, a 20 anni, come a 100.

Mi pare sia prima di “Fuoco Amico II” che Luca si toglie la maglia e la trasmutazione è completa, tutto può correre sul binario dell’imponderabile. In fondo non è usuale vedere scimmie della specie Sapiens-Sapiens essere dotate di così limpido talento!
Su “Nuova Luce” Roberta imbraccia un Gibson SG e si sente. Ritrovo in un attimo la “bambina che domina il tuono”! Dolce, delicata, educata, sempre un po’ avulsa dal contesto “barbaro” dei fratelli Ferrari, eppure distante dalle trasparenze di Giuseppe Chiara, la cui presenza è invece sempre più importante per l’attività live della band. Roberta ha una personalità tutta sua, e può saltare (un po’ controtempo) quanto vuole, la sua ritmica è corposa, pregiata e dannatamente scintillante. Una sola notazione, non mi piace il micro-ampeg svt con cui si accompagna in questo momento, ma come diceva il “Principe”: – De gustibus non habet dirittum ad sputellazzam! –

I Verdena danno nuova linfa all’Alt-Rock tout-court. Interscambiano sempre più spesso i ruoli e gli strumenti. Introducono il piano e si aprono a possibilità sonore a volte improbabili, ma sempre calzanti. Su “Caños” inizia il duello rusticano tra armonia e ritmica, il pubblico apprezza e va in visibilio. La traccia immediatamente a seguire vede addirittura eseguire un tempo di tarantella. La Sammarelli torna alla “bassanza”, passa invece Alberto al piano e per un attimo ho un attimo di tremore nell’ascoltare un’eco “regale” che subito sfuma via… intanto Luca si rivolge alla sua sinistra e martella un pad elettronico. Accennano ad una serie di stop&go, cercano linguaggi che sconfinano in terre al di là delle chitarre, tornano a casa e portano in dono qualcosa di prezioso: la maturità! Su “Vivere di conseguenza” c’è una gran partenza di batteria. Un importante uso del sinth prima di far straripare tutto in un meraviglioso coro finale… sembra di stare all’Opera, non fosse che alla traccia successiva Alberto imbraccia la sua 335 e si lancia in una parte noise degna dei Nirvana dei più scalcinati club di Seattle! Con una voce super-riverberata dà il la agli inserti di drumming dispari che danno tono ad un finale di velluto. Non so se mi piace l’effetto di voce alla Subsonica su “Colle Immane”, è troppo di Samuel per sopportarlo su altre voci, come pure l’uso del sintetizzatore da parte del batterista… sembra di stare ai Murazzi, non più a decostruire i pollai dell’underground bergamasco… con altri suoni la troverei magnifica, così, non so… fortuna che viene “Muori delay” a togliermi da una profonda fase di dubbio. Vederli giocare con le sonorità pesantemente mutuate a Jack White mi fa vibrare di gioia e mi godo la “Blue Orchid” de noantri col sorriso lussurioso delle grandi occasioni. Ci sta!

La traccia successiva (dopo un rapido accenno beatlesiano) è l’acustica “Identikit”. Qui il basso Hofner trova tutto il suo motivo di essere e mi godo, nota per nota, lo snocciolare di una linea di basso semplice, ma costruita con grande chiarezza compositiva. Grazie Roby, sempre meno persone vedo suonare così. Grazie per rimanere razionale in un mondo che la razionalità non sa più cosa sia! Il brano è teso, più “elettrico” dei brani elettrici, e rende lustro all’assioma Miesiano per cui il “less” è “more”: adoro! Siamo più o meno a metà concerto. Alberto, sempre più a suo agio, pare a volte “perculare” il pubblico, con introduzioni ai brani non sempre chiare. Ad ogni modo la moltitudine presente al concerto sembra non farci molto caso ed inneggia i propri beniamini con innocente bellezza. La sala è in delirio (ma cosa deve essere stato allora il live del Beatles all’Adriano?!!!). Un mare di teste ondeggia all’unisono. Di pezzo in pezzo si arriva a “Scegli me”. E’ incredibile come alcuni pezzi riescano a stigmatizzare un sentimento meglio di 100.000 discorsi confusi. Il testo è un gioiello che non lascia ombre, né sottintesi. Si va al sodo da subito, già dal titolo. Non è così, in fondo, che funziona in amore? La semplicità è un’arma potentissima. Questa ballata è potentissima. Riporta alle atmosfere psichedeliche proprio del quartetto di Liverpool. Come si fa a scrivere così? Per favore, qualcuno me ne sveli il segreto! Sul brano successivo, Alberto passa al basso. La mano destra è rigida, tribale… come Alphonso Jhonson non si appoggia a nulla. Le corde del potente Gibson, percosse in quella maniera, rimandano un suono gutturale. In fondo (lo abbiamo già detto) è un “selvaggio” Alberto. È la sua ferinità che ci colpisce e piace. Molti benpensanti lo criticano ferocemente: “Ha rotto una chitarra”, “Ha calciato un’asta”… personalmente lo trovo meravigliosamente avvincente, un animale costruito geneticamente per stare sul palco. Magrissimo, “esile come una promessa”, eppure dotato di una forza capace di spingere un tir alternando la sua Fender Jaguar ad un trattore ideale su cui probabilmente non sarà mai salito. Un contadino con le mani grandi e l’animo sensibile di chi, in fondo, ci vede solo dei “piccoli umani”. Il finale del concerto è segnato da una fortissima attitudine “lisergica”. Si passa da ritmi in levare con forte potenziale dub, a schegge di noise fuori controllo. Luca lavora come un indefesso Franz Beckenbaur, che a testa alta esce dalle mischie più furiose col pallone incollato al piede, sempre pronto a rilanciare l’azione: “Anima in pena… giurami che sei in ogni mio pensiero”!

Il finale, dopo un’esplosione di rumore che trasforma il Biondo in una Guernica dipinta a colpi di maglio, ci propone uno strano loop che ci lascia con un laconico: “Non ti capisco!”
Il concerto sarebbe finito, ma al pubblico, le diciannove tracce suonate, non bastano. Serve altro sangue con cui irrorare un altare fatto di sabbia e decorazioni liberty. La band esce per il bis e parte un simpatico siparietto. Il pubblico chiederebbe “Il Gulliver”, i Verdena sparano una successione che stenderebbe il più insensibile rinoceronte nella Savana: Valvonata, Ultranoia, Un po’ esageri, IlwaltzdelBounty. Ciao…

Ciao Alberto, ciao Roberta, ciao Luca, ciao Giuseppe… Ciao!

MASSIMILIANO AMOROSO
Photoset by AZZURRA DE LUCA

Credits: si ringrazia la Fleisch Agency per la sempre gentilissima disponibilità e collaborazione. 

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