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Indiegeno Fest 2015 – Live @ Teatro Greco Tindari (ME 13-8-2015)

Indiegeno Fest 2015 – Live @ Teatro Greco Tindari (ME 13-8-2015)

Arrivare a Tindari, sito fondato nel 396 a.C., è già di per sé un’emozione. Oggi nota per un santuario dedicata alla Madonna Nera, caratterizzato da una discutibile architettura neobarocca, fu voluta da Dionisio di Siracusa in un posto di rara bellezza. Il suo teatro è meno noto di altre più celebrate strutture (Segesta, Taormina, etc…) e vi si arriva per una piccola stradina che serve il borgo attiguo, senza nessuna insegna che lo rilevi (del resto non c’è neanche mezzo cartello che indichi la presenza del Festival!), ma entrarvi è subito godere di un panorama senza uguali che toglie davvero il fiato. Arrivo che stanno presentando la prima artista. Tutto si svolge in maniera molto informale.

L’organizzatore chiama sul palco Cassandra Raffaele, ne celebra i recenti successi, ma mi pare di cogliere nelle sue parole uno scetticismo di circostanza. Tutto parte come nei migliori film di genere. Lei indossa la chitarra, parte un fastidioso feedback che non fa presagire nulla di buono. E invece, giusto per citare cose note del trash italico, oltre le gambe (scopertissime) c’è di più. L’esordio della voce, accompagnata da una nervosa telecaster, è una vera e propria epifania. Ha tutte le sfumature “jazzy” di Amalia Grè che si fondono con un’ attitude profondamente rock. La pennata è istintiva e forse non proprio naturale e mi lascia una voglia lasciva di vederla suonare con una band a sostenere il suo talento. I risultati non sono mai un caso. Nel 2013 ha vinto Musicultura, mentre nel 2014 è risultata vincitrice della Targa Tenco per la Migliore Nuova Produzione. Qualcosa in più di un open act, qualcosa in meno di una vera e propria esibizione, ma tanto è bastato per innescare il demone della curiosità, e non è poco!

Sul palco è la volta di Tommaso Di Giulio, cantautore romano che mi fa subito capire da quanto tempo manco dalla capitale, visto che (colpa mia!) ne ignoravo l’esistenza. Si presenta con un bizzarro chitarrista che sul palco spicca più per l’ outfit colorato e “cappelluto” che per una reale originalità sullo strumento. Il tutto è alquanto manierato, ma piacevole. Il cantautore è anche il bassista della band. Brillante e disinvolto nell’interagire col pubblico, ma anche piuttosto lontano dalla coolness di uno Sting, diciamolo. Eppure, nel pezzo di apertura, sfoggia un suono di basso eccezionale, il piano fa il suo, facendo da collante tra le varie partiture del combo e il drumming si distingue per eleganza delle ritmiche, sempre appropriate. La seconda traccia rimanda alla migliore tradizione della canzone d’autore di area romana. C’è tanto Silvestri, con meno sagacia e perizia compositiva e qualche virata demenziale che forse me lo allontana dal punto di vista del gusto personale. La cosa si amplifica sul terzo pezzo, dove le atmosfere sono smaccatamente quelle del “villaggio vacanze” con diversi rimandi armonici a “50 special” dei Luna Pop ed al De Gregori di “Caterina”. L’esibizione si chiude con un pezzo dalle sonorità pop anni 90, prima impressione che trova subito ferma consacrazione nella citazione di “The Rhythm of the Night” di Corona. Ho l’impressione che il tutto vorrebbe essere letto in chiave ironica, ma non sono sicurissimo che tutto il pubblico se ne renda perfettamente conto. Mi giro a guardare le facce e mi accorgo che sono tutti divertiti, rilassati e sorridenti. Mi rassegno all’idea che abbia ragione lui e mi godo il finale trascinante. In fondo è il 13 di agosto. Siamo nella meravigliosa Sicilia. Ed è perfetto così!

Il tempo di un veloce cambio palco e si ha subito l’impressione che l’orizzonte sonoro sia cambiato. Sul palco sta salendo Dimartino, capostipite di una generazione di cantori indie che sta ovunque raccogliendo successo, di critica e di pubblico. Non amo il genere. E’ cosa nota. Non amo i suoi video e, credevo, le sue canzoni. Uso l’imperfetto perché sono una persona che antepone la propria onestà intellettuale a tutto. Ed in virtù di questo, si arrende all’evidenza di ciò a cui ha assistito. Lo show non inizia in un modo che incontra i miei favori. Una base recitata funge da intro, ma tutto mi pare piuttosto retorico e provinciale. Poi però partono e il primo pezzo è bello. Davvero bello. Come la strada che ho fatto per arrivare da Palermo a qui. Su tutto, le ritmiche di Giusto Correnti, forse il meno tecnico del lotto dei batteristi della serata, eppure in quanti dovrebbero andare a lezione da lui in termini di “attitudine” e concreta efficacia! Il tempo di uno scrosciante applauso e parte “Il tuo regno”. Antonio ha problemi con un jack eppure è bravo a non deconcentrarsi. La band si scalda solo al terzo pezzo, snocciolando una “Niente da dichiarare” che impressiona per lo stile e la compassata perfezione del testo, con quella frase: “E a te cosa importa di questo se hai visto il mondo? L’hai stretto bene e non hai niente da chiarire, niente da dichiarare” che mi emoziona e mi rende il tutto davvero ben fatto. La mia attenzione è massima, proprio perchè il genere, lo ripeto, non mi piace e non voglio cadere nel facile burrone del pregiudizio. L’arpeggio di piano e il cantato sul finale virano in sfumature “vendittiane” eppure non riesco davvero a trovare nulla che non vada in questa esibizione davvero di spessore. Nel quarto pezzo la locomotiva pare liberarsi del peso del rimorchio. “Cercasi anima” si fa apprezzare nonostante il cantato un po’ troppo mutuato a Rino Gaetano. Giusto picchia fortissimo sui bridge e la sua voce si sposa perfettamente con quella di Antonio. Di tutto il concerto, questa è una caratteristica che mi ha molto impressionato. Nonostante i due raramente armonizzino le linee vocali, la differenza di timbriche restituisce alle orecchie un senso di completezza di spettro sonoro che raramente riscontro nelle composizioni italiane e in fondo penso che questo determini davvero tanto del suono della band. Dopo il quinto pezzo, ancora caratterizzato dal un drumming estremamente concreto in contrapposizione virtuosa con un piano dai rimandi “tardo romantici”, parte “I Calendari” con un simpatico siparietto col nipotino del cantante che risvegliato dal quieto torpore di un videogame grida di gioia alla vista dello zio sul palco. La settima traccia è “Maledetto Autunno” e mi fa pensare che la scaletta è un po’ squilibrata. Partiti a bomba, mi pare che ci sia una netta flessione, forse dovuta a qualche differenza sostanziale tra il modo di scrivere del primo album rispetto alle canzoni del secondo. Il pezzo in sé è però davvero efficace e quel finale ostinato e reiterato si infila in testa come un mantra. Siamo agli sgoccioli dell’esibizione. Giusto il tempo di eseguire “Non siamo gli alberi” con il suo finale densissimo e una progressione che mi riporta alla mente gli arrangiamenti più retorici (e riusciti) di Baglioni. Il mio giudizio è fermo e fonda su più di un parametro, non ultimo quello di fotografare come nessun altro in questo momento i propri coetanei, ciò che vivono, ma soprattutto COME lo fanno. In una parola: bravissimo!

Una volta sistemato tutto, i tecnici del suono si dileguano e parte, una base registrata. Odio le voci recitanti per iniziare i live, l’ho già detto per Dimartino. E non la passo neanche a quella che reputo una delle migliori artiste del panorama nazionale. Levante sale sul palco, indossando un abito bianco che la fa sembrare una vestale. Ok, lei mi piace, non è quello che però dilata la percezione dello spazio, ma il tagliente inizio di “Abbi cura di te“. Tutto parte in maniera sussurata, un arpeggio di piano, la voce limpida, intonatissima. E’ la prima volta che la vedo dal vivo, ma mi pare già di aver capito tutto. Parte il refrain ed è un fuoco d’artificio. La parte sinistra del palco raccoglie la mia personalissima élite della scena musicale italiana. C’è Gionata Mirai alle chitarre (già Super Elastic Bubble Plastic, Il Teatro degli Orrori) e Alessio Sanfilippo alla batteria (Nadar), forse il mio drummer preferito della scena rock italiana. Alla destra c’è un bassista che non conosco. Mi ero preparato alla presenza di Bianco. Operoso e diligente, il tipo ha un suono che non mi impressiona e forse è l’elemento che vedo più fuori stile. Lo vedrei meglio in una band alla Subsonica, sia per sound che per physique du role. Ottimi invece gli inserti del pianista che campeggia alle sue spalle. Eravamo rimasti al refrain, ecco, parte quello e tutto il mondo sembra schiudersi in un’ armonica immagine di sé. Sulle nostre teste un mare di stelle, tutto intorno pietre millenarie e sul palco Levante. Di che farsi venire una bella Crisi di Stendhal! Ci provo a ricordarmi che ho una dignità, ma niente, mi viene di cantare tutto fino al finale. Ho l’impressione che nemmeno lei si accorga di cosa dona agli altri quando canta. Sento spesso accostarla a Carmen Consoli, ma invece, secondo me, specie con questa formazione potrebbe essere la risposta italiana ai The Do dei primi due album (poiché il terzo fa schifo!). C’è tutto. Le melodie chiare, semplici, definite in modo chirurgico, contrapposte ad arrangiamenti con sterzate noise da capogiro. I suoi video per questo non mi piacciono. Derivativi, furbi e alquanto banali, la inquadrano in un filone indie-pop che non le appartiene. Può indossare tutti i giubbottini tristi del mondo, ma dentro le ruggisce un’ anima assolutamente Alt-rock. Con un plus incredibile: sa scrivere in metrica e si fa cantare! Gli alchimisti di tutto il mondo dovrebbero studiarla meglio, potremmo davvero essere di fronte ad una “pepita” filosofale! Il secondo pezzo è Caruso Paskovski, sempre tratto dal suo ultimo disco: “Abbi cura di te“. Il bassista mi conferma che sta studiando per fare le scarpe a Vicio (Luca Vicini dei Subsonica), mentre io sono sempre più in tensione per Claudia che salta come una pazza su dei brutti (spero di non incontrarla mai per non essere picchiato per quello che ho appena detto) e altissimi zatteroni. Il pezzo è divertente, ritmato, ma alla fine risulterà il più debole del lotto. E infatti quando la cantante scandisce sillaba per sillaba le prime parole di “Sbadiglio” il pubblico si apre in un applauso scrosciante. La ritmica comincia a martellare un accompagnamento un po’ vintage che dà al pezzo un’ inflessione anni ’60, mentre la linea del cantato, modernissima, ci descrive il noioso incedere di una giornata qualsiasi, fatta di piccoli gesti e, forse, più di un rimpianto. Gionata già dal finale del prezzo precedente ha problemi con l’ampli (o con un jack, non so)… il suono non esce, lui si innervosisce e forza sugli accordi fino a spaccare non una, ma due corde. Specie nei piccoli festival, dove spesso i service non sono impeccabili, può succedere. Per quanto nero, lo vedo comunque, continuare e portare il pezzo sino alla fine, senza che nessuno del pubblico si sia accorta dell’evidente quanto incolpevole defaillance. I pezzi si susseguono come arachidi tostate fino all’amara “Ciao per sempre” col suo meraviglioso inizio pulsante che ogni volta che l’ascolto, pur non entrandoci nulla, mi richiama alla mente “Milkman” di Ema. E’ in pezzi come questo che si manifesta la magnificenza di Levante, nel fatto di cantare i pezzi sentendo nel cuore, sulla pelle, ciò che canta. Non concede nulla allo spettacolo in sé, ma ci appare come una ragazza che soffre ancora di ciò che scrive, o forse il contrario: scrive perché sa ancora soffrire! Arriviamo tutti, pubblico e musicisti, alla settima traccia: “Lasciami andare“, dove la meravigliosa frase: “E lasciami l’orgoglio, la dignità di cui ho bisogno, le trovi nel cassetto le cose che hai lasciato da quel giorno. Qui dove non ci si fa più un’idea…” è straziante e riesce ad aprire vuoti siderali giusto prima di un crescendo di tastiere “spaccatutto” che prende l’intera cavea e la proietta su M57, Ring Nebula! Il tempo di farci riprendere fiato e Giona gioca con l’ukulele che fa da contraltare alla sigaretta maledetta che si è acceso: “Alfonso, mi dispiace, ma non ti conosco!” Il concerto sta per incontrare il proprio finale e tutta la mia delusione nel percepire che questa sera non sentirò “Duri come me” dal vivo, bensì una incantevole “Memo” di cui, almeno in questa occasione, avrei fatto a meno. Tutto talmente bello da tramutarsi in tempo reale in malinconica attività cerebrale al sapore rimpianto. Perché quando si assiste o si vivono cose belle, pare sempre che tutto sia brevissimo?!!!

Recensire invece l’esibizione di Colapesce non è affatto cosa semplice. Non lo dico in modo dispregiativo, tutt’altro, ma mi è sembrata quella più “amatoriale” rispetto agli altri set. Anche la sua performance mi è sembrata piuttosto discontinua nell’arco del concerto e non so se può essere imputabile a problemi tecnici in spia oppure proprio al fatto che Lorenzo Urciullo (songwriter, chitarrista, cantante già per Albanopower) sia per sua natura capace di grandissime cose e piccole rovinose cadute, vedi il secondo pezzo in cui cicca totalmente la tonalità del cantato e se ne va dall’inizio alla fine per i fatti suoi senza avere l’impressione di essersi accorto di alcunché. Ma partiamo dall’inizio. La band parte con il cavallo di battaglia, quella “Egomostro” che tanto, forse, parla di sé. Stilosissimo se ne va schitarrando un ritmo dance fresco come il mojito che tanto mi sta mancando in questo momento. Noto il bassista. Avrebbe tutto per non piacermi. I pantaloni stretti, la camicia dalla fantasia improbabile abbottonata al collo, le scarpe da basket bianche. Tutto troppo hipster codificato. Eppure con lo strumento in mano ci sa fare, anzi del lotto dei bassisti della serata è quello che mi è piaciuto di più. Il terzo pezzo, Sottocoperta, sottolinea invece quanto il batterista abbia un tocco un po’ troppo leggero. La tecnica c’è, ma forse a mancare è quel quid di personalità e sostanza che serve a certi livelli. Difficile la comunicazione tra un basso così dinamico e una batteria così “mesta”. La stessa sensazione l’avverto in “S’illumina”, dove invece Colapesce, per attitudine e cantato, lo vedrei bene a duettare con Luca Cappella de i-Taki Maki. Sulla quinta traccia ho la sensazione che tutta la band cominci a prendere quota. “Un giorno di festa” è un gran pezzo che mi riporta alla mente le cose migliori fatte dai Velvet. Il basso si distingue ancora, un bel suono potente, con frequenze basse ben controllate e rotonde. Sul bel cambio di ritmo, il cantante sale su un cubo messo lì all’uopo e si esibisce in un sterile saltino sul finale che mi fa pensare a quanto ancora salti Samuel dei Subsonica e allora, se si vuole saltare, che almeno ci si alleni a farlo, altrimenti la cosa sembra preparata e tutto rischia di scadere nel farsesco e non mi piace! A ruota parte “Paroles de Brezsny”, un bel pezzo che si fa notare per il testo e per la meravigliosa frase: “Telefono in modalità aereo, senza decollare”. Ancora buono, buonissimo, il lavoro del basso. La settima canzone, mi pare, si intitoli “Reale”. Lorenzo mette il capotasto, e la chitarra risulta, ahimè, scordata. Qualche fischio dell’impianto (forse un festival così carino, avrebbe meritato qualcosa di meglio in termini tecnici) si confonde con le tastiere non eccelse su questo pezzo, il tutto potrebbe sembrare negativo, ma invece questo sound sinistro mi piace e mi riporta al Caputo dei momenti peggiori, quello meravigliosamente maledetto e “male in arnese” che ancora amo ascoltare. Di certo noto una cosa, che tanto non mi piace quando canta, tanto mi piace il suo modo di suonare la chitarra. Bel suono, bellissimo fraseggio sui soli. Forse mi abituerò prima o poi anche a questo modo di cantare che va tanto di moda. Questione di gusti, maybe! Parte “L’altra guancia”, col suo giro di accordi 60s sottolineati dal suono di chitarra tremolante.  Il pubblico applaude convinto e il pezzo lo merita. Fossi stato in Colapesce, avrei deciso di mettere qui il punto all’esibizione, anche per rispetto degli altri artisti che si sono tutti tenuti entro un certo limite di tempo. Invece l’artista di Solarino si sente bello a suo agio sul palco ed inanella una dietro l’altra: “Satellite”, “Maledetti italiani” e “Restiamo in casa”. Come al solito mi rendo conto di non capire nulla e mi godo quelli che sono forse i suoi pezzi più belli. Soprattutto “Maledetti italiani” che potrebbe davvero diventare un manifesto. Adorabile l’inizio e quella frase, potentissima: “La mafia è diventata pop, la musica fa vittime” mette il pesetto nel piattino della bilancia dove campeggia: “Giudizio positivo”. Ma si, chi se ne frega dell’intonazione, a chi importa dei gentleman agreements, lo sentite quanto è bello il solo che sta facendo sul finale??!!! Alla fine qualcuno del pubblico si lamenta, qualcuno si dice insoddisfatto. Mi limito al mio compito, scrivere quello che penso. Non lo trovo pronto per la grandissima ribalta, ma talento ne ha, senza alcun dubbio.

Di Niccolò Fabi è invece facilissimo parlare. Conoscono tutti la bella persona che è ed il suo talento nello scrivere canzoni dal taglio essenzialmente pop, senza essere banale. Continuo a sostenere che scrivere canzoni semplici sia il mestiere più difficile del mondo. Un mestiere che dopo anni, ha davvero imparato a fare. Reduce dal grande successo del tour con i due “compagni di merende” Daniele Silvestri e Niccolò Fabi, mi rendo conto di quanto sia cresciuto lui e, ahimè, di quanto sia cresciuto io, dai tempi in cui li vedevo a Il Locale di Vicolo del Fico o a Campo de ‘Fiori. C’era anche Paola Turci e tutti gli amici della cosiddetta “Scena romana”. Tutti belli, bravi e soprattutto umani, lontani dagli stupidi modelli che impongono ai cantanti di avere atteggiamenti da star, quegli atteggiamenti che invece troppo spesso vedo conquistare mezze cartucce che salgono su un palco e si sentono onnipotenti, di quella onnipotenza arrogante che hanno gli impiegati delle poste dietro il loro vetro. Inizia il concerto e le mie riflessioni si perdono nel rivolo delle tante note. Ad accompagnare il cantautore lo Gnu Quartet, un manipolo di ottimi musicisti di estrazione classica, ma che si è lasciato sedurre dal jazz, dal pop e da migliaia di altri stimoli e che può vantare collaborazioni con i migliori musicisti del panorama nazionale, con una costante attività musicale che li ha visti protagonisti anche molto all’estero. Il lavoro del quartetto è da subito mirabile. Le partiture del secondo pezzo (Offeso) sono ben scritte e molto espressive. Dal canto mio sono rapito dall’espressività di Niccolò e da un testo meraviglioso (Dillo pure che sei offeso/Da chi distrugge un entusiasmo/Da chi prende a calci un cane/Da chi è sazio e ormai si è arreso/Da tutta la stupidità…). Dove si impara a scrivere così? C’è una scuola, vi prego… segnalatemelo! Tutti sappiamo cosa è successo a Fabi eppure tutti abbiamo potuto vedere come ha reagito l’uomo. La leggerezza e la grazia di un’anima schierata contro la tragedia. Tanta roba signori! Sul terzo pezzo sorrido sotto i baffi, avendo la possibilità di dire una cosa che ho sempre pensato: in “E’ non è” solo a me ricorda Stefano Nosei? Rido e mi godo quello che in fondo è un altro bellissimo pezzo che mi mette davanti ad uno specchio: “Non è che ti importa, non è tanto è uguale”. Lo spettacolo prosegue con “Una buona idea”, una bellissima canzone d’impegno intimista e nemmeno troppo velatamente patriottica e nostalgica di un’Italia che sta perdendo tantissime occasioni per volare. Il quinto capitolo di questa piccola saga è “Il negozio di antiquariato” che viene a dimostrarci una volta di più che, quando una canzone è ben scritta, può davvero bastare un piano ed una voce senza troppo ricamarci su. Ha ragione lui: “l’oro si aspetta!” La traccia che segue (Ecco) mi fa pensare al più dolente Damien Rice. Con questo pezzo per me il concerto è finito. Entro in quello stato d’animo che assomiglia a quello del sabato che finisce e ci si prepara al tedio domenicale. La canzone ha un testo davvero troppo intenso, un testo che fa male. E il reiterato accento di quegli “Di certo non ti lascerò mai andare” entra nel cuore e non lascia tanto facilmente. Finita la canzone, non resta che tornare sulla terra, parlare del disco con Gazzè e Silvestri, suonare ancora  una versione me-ra-vi-glio-sa di “L’amore non esiste” e salutarci. Il problema (mio) è il ritorno a Palermo. L’autostrada e quel ritornello maledetto che mi è rimasto in testa: “ECCO!”

Tirando le somme: una bella esperienza, tante belle sensazioni che spero, come ha detto dal palco anche Fabi nel suo congedarsi, si possano ritrovare anche l’anno prossimo, magari con qualche resistenza in meno da parte delle Amministrazioni locali che qui, come in altri posti, faticano sempre a capire quanto ci sia bisogno di manifestazioni del genere ed in linea generale… di musica!!!

MASSIMILIANO AMOROSO

Credits: si ringrazia Fleisch Agency, impeccabile e disponibile come sempre.

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