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CARMEN CONSOLI – Live @ TEATRO DI VERDURA (PALERMO 31-2015) by Musica e Suoni

CARMEN CONSOLI – Live @ TEATRO DI VERDURA (PALERMO 31-2015) by Musica e Suoni

Approdare al Teatro di Verdura è sempre un po’ andare incontro ad un evento. Il pronao con i Talamoni dell’ingresso, il vialetto che porta al magnifico giardino a sinistra, l’ingresso alla gradinata a destra. Già solo l’atmosfera che vi si respira, nobiliterebbe qualsiasi scalcinatissima esibizione. Ma (dopo avervi suonato a inizio luglio) sono qui per recensire un concerto di Carmen Consoli e sono pronto ad assistere (dopo anni) a qualcosa che so già essere qualcosa di speciale. Il palco è meraviglioso. “Lesene” di fari circolari disegnano uno skyline di cangianti monoliti. Le nere pedane simmetriche aspettano Fiamma Cardani e Luciana Luccini (rispettivamente la batterista e la bassista), mentre due amplificatori Orange (accoppiati uno con un Fender Twin Reverb e l’altro con Vox Ac30) aspettano la cantantessa.

Sul palco fa la sua entrata Giovanni Caccamo, ospite d’apertura della serata.

Il giovane cantautore di Modica entra in sordina, accompagnato dalla sola chitarra di Placido Salamone (musicista per Fio Zanotti ed Adriano Celentano). Ma già al secondo pezzo sfoggia una bellissima “Nostalgico Presente” che forse i più avranno sentito nell’interpretazione di Malika Ayane nella sempre importante cornice del Festival di Sanremo. Il set scorre liquido. Essenziale, elegante, si fa ascoltare. Trovo che il talento sia incontrovertibile, eppure trovo il tutto piuttosto stucchevole e poco diretto. Smaliziato nell’interloquire col pubblico eppure ancora puro rispetto alle logiche dello show-biz, mi arriva come ancora acerbo, con moltissime ingenuità di cui, sono certo, si libererà presto. In “Oltre l’estasi”, le decise e ritmate schitarrate di acustica dovrebbero fare da contraltare ad una voce più sicura e, forse, più potente. Tutto mi ricorda moltissimo il miglior Alex Baroni, ma lo dico con tutto il rispetto che a qualsiasi artista andrebbe tributato, tanto della sua timbrica è solo un sogno lontano. Il quarto pezzo è un tributo ad una cantante che ho molto amato, Giuni Russo. “La sua presenza” conquista tutti e su tutta “La Favorita” cala un velo di magia. L’esibizione di Caccamo si conclude con “Ritornerò da te”. Un pezzo che ha molto del Concato più di successo, ma a cui manca quel tocco d’ironia che la renderebbe decisamente più accattivante. La sequenza melodica dice tutto sul perché la Ayane abbia scelto in un recente passato proprio una sua composizione. Oggettivamente i pezzi che cantati da lui sono semplici belle canzoni, sembrano scritti apposta per diventare hit, se a cantarle fosse sempre l’affascinante cantante milanese. Da registrare è però il sincero entusiasmo del pubblico per un ragazzo a cui non manca nulla per guadagnare presto importanti traguardi, anche sanremesi.

Le luci si alzano e l’impareggiabile voce di Peter Gabriel ci aiuta ad ingannare l’attesa.
In un attimo è poi buio pesto. Sul palco si intravedono sagome entrare ed è: “Casta Diva”… parte un feedback lunghissimo e come da bambini “uno, due, stella”… o meglio: “Geisha”!!!

Non capisco come si possa restare così statuarie nel suonare un pezzo tanto trascinante. Parentesi: non dico che bisogna arrivare agli eccessi di Josh Klinghoffer (attualmente nei Red Hot Chili Peppers, chi lo ha visto dal vivo capirà cosa sto per dire), ma almeno farsi pervadere dalla musica che si sta suonando, aiuterebbe lo spettatore ad immergersi nella sequenza di suoni ruvidi, di cui, per fortuna, questa sera non si farà risparmio. Il suono di basso mi piace molto, potentissimo, anche se, forse forse, soffre di una tacca di drive in più di quanto servirebbe. A ruota parte l’amarissima “Mio Zio”. Lo scioccante “neorealismo” della scrittura pervade il ventre del sottoscritto e solo un fendente di serramanico potrebbe liberarmi dell’angoscia che so si deve provare a cantare testi simili. La musica non c’è. Non la sento. Non mi arriva. Mi pare claustrofobicamente di stare da solo, in una stanza, con una donna che mi racconta l’orrore provato a giocare “a mosca cieca”. Ed io non sono il suo terapista, sono impreparato e lo subisco!

Fortunatamente arriva “Sentivo l’odore” a riportarmi al Teatro di Verdura. Ritrovo la sezione ritmica, tutta al femminile, che “pompa” un bel groove. Il basso è magnifico (conosco Luciana dai tempi dei Madame Lingerie e devo dire che il suono non le è mai mancato), peccato invece che la batterista difetti un po’ sui rimshot. Bel suono sui tom e sui timpani, ma ogni volta che il tempo andrebbe marcato sul rullante ho l’impressione che manchi del necessario “volume”.

Carmen, in tacco 12 a stiletto e gonna di pelle rosso-mattone danza sugli switch della pedaliera come una lapdancer in un night e il suo bell’assolo alla Lee Ranaldo sporcato dal Wha, mi strappa un accorato “wattafakka!!!”.

Siamo, con la quarta traccia, alla quasi title-track del nuovo album: “Tornare è un’abitudine”. La versione cd mi aveva lasciato un po’ freddo, mentre, devo dire, che dal vivo è un pezzo molto coinvolgente. La melodia fresca e dinamica viene accompagnata da giochi di luce davvero notevoli e la frase “Ma io non posso chiedere/Io non devo chiedere/Sarai tu a rispondere se vorrai” si incide sul cuore con un fuoco che fa male. Al quinto pezzo (“La signora del quinto piano”), l’atmosfera è calda, il pubblico cerca di interagire, il tema è coinvolgente (la violenza sulle donne), ma niente, bassista e batterista continuano a giocare alle “belle statuine”, dando l’impressione alle volte di svolgere diligentemente il compitino assegnato. Ancora bellissimi i suoni di chitarra sul solo, mentre quello del basso merita il 10 e lode. Ahimè non posso dire lo stesso della batteria, che rimane su un tempo che sembra fatto in laboratorio, sullo slancio del crescendo potrebbe lanciarsi quasi in un ritmo dance con il charlestone in levare e invece niente, nessuno spunto degno di nota. Alla fine dell’anno sarà promossa, ma non andrà più in là di un sei, sostenuto dal Preside per l’ottima condotta.

Ottobre” è il mese che più piace alla Consoli, così ci tiene a specificare. Ahimé, trovo invece che sia il pezzo meno riuscito del nuovo disco. Sarà che il tema della campagna come occasione di momenti di libertà occultata e rubata felicità è stato trattato con risultati diversi da Cesare Pavese, ma proprio non incontra i miei gusti. Di buono c’è che l’ottimo Gianluca Vaccaro, il fonico di sala, alza finalmente il volume del rullante e tutto lo show ne risente positivamente. Di seguito arriva “Matilde odiava i gatti” con i bellissimi inserti di chitarra in bending e il recitato sufficientemente psycho da ricordarmi il migliore Max Collini (Offlaga Discopax). Esaltante la versione di “Per niente stanca” e di “Fino all’ultimo”. Pubblico in delirio, letteralmente. Le strofe arpeggiate si alternano ad esplosioni noise in puro stile no-wave e sarà che amo il genere, sarà che la chitarra è così ben suonata, trovo che a latitare in questi momenti sia proprio la drummer che mi porta con nostalgia alla mente qualcuno che so su questo pezzo distruggerebbe la batteria, quella Barbara di “Io e la Tigre” che continuo a pensare la migliore batterista in Italia. Sono antipatici i confronti, lo so. Ma questo penso e questo scrivo! Ancora un’esplosione di suono, ancora una bella interpretazione di voce che ci regala sospiri e “richiami d’aria” da far accapponare la pelle. “Sintonia imperfetta” fa da contraltare e descrive invece  benissimo la noia rassegnata di certi pomeriggi che tutti noi conosciamo, quando si è sul punto di finire una storia. Da tifoso, la curiosità di sapere com’è poi finito quel Roma-Lazio è tanta e mi accompagna fino all’ironica ed ammiccante undicesima traccia: “AAA Cercasi”, dove la cantante catanese gioca a fare Lady Gaga. Curiosità: il pezzo lo conclude con una diabolica risata che mi raggela il sangue.

Si volta pagina con “Esercito silente”. Bellissima l’introduzione di donna Carmen. Cita Impastato, accarezza il pubblico facendo notare il casuale accostamento del rosa della sua Fender con il nero della sua maglia (i colori della squadra di casa), per poi inchiodarlo con quella chiosa non so quanto possibilista: “Dio perdoni Palermo”. Il testo di questa canzone è denso. Si potrebbe aprire una tavola tonda per ogni frase usata. Siamo proprio qui. La città a cui dolentemente è dedicata questa canzone. I palermitani applaudono convinti ed io che più ci abito meno capisco certi meccanismi, guardo il cielo e prego che tutto sia sempre bello come questa serata piena di emozioni.

Un veloce cambio di chitarra (da Jaguar rosa a Jaguar sunburst) e di basso (da Jazz bass con tastiera in acero a Jaguar bass con tastiera in palissandro) e si riparte con una versione scanzonata di “Fiori d’arancio”, seguita a ruota da una cupissima “Contessa miseria” che giustifica in pieno il cambio di strumenti che restituiscono dal palco sonorità completamente diverse. La batterista sembra cominciare a risentire di un po’ di stanchezza e il suo drumming un po’ ne risente calando di volume. Al contrario il basso emerge con un suono gutturale e primitivo. Tutta la band sembra essersi asserragliata in una grotta e da lì raccontarci il disagio mentale. La linea di basso però alla lunga è noiosetta e la batteria tenendo a loop la stessa figura di certo non aiuta. Tanti i cambi di tempo all’interno del pezzo, vero, ma tutte soluzioni abbastanza studiate, quasi “didattiche” che in un brano così ho trovato inefficaci. E’ su questo pezzo che per la prima volta ho avvertito un po’ la mancanza di Massimo Roccaforte (chitarrista storico di Carmen) o almeno di un’altra chitarra di “sostegno”. Qualche secondo di delirio puro e parte “Venere storpia”. Ho sempre ammirato il coraggio o l’incoscienza di iniziare un testo con un avverbio. Il pezzo gira a mille, straconsolidato. C’è spazio per uno stop in levare che ho trovato di troppo, inserito com’è in un ritornello che gira fluido come il cestello di una lavatrice in risciacquo. Carmen presenta la band, i fonici, i tecnici, l’omino delle bibite e la band si avventura in un noise da capogiro. Chitarra e basso sono nel loro, Carmen dice sempre di aver iniziato suonando le cover dei classici del rock, ma secondo me ha ascoltato anche tanto altro e la furia con cui si butta sugli ampli per cercare feedback all’ultimo sangue non può non avere rimandi alla scena Riot Grrrl e alle Bikini Kill. Tutto è perfetto, ma intanto ho capito una cosa, è ufficiale: la batterista non mi piace, almeno per questi livelli!

Dopo il consueto teatrino “esci poi rientri col pubblico in visibilio che chiama i bis”, la Consoli opta per un rientro in scena solitario, proponendoci una “Oceani Deserti” da spezzare il fiato ad Umberto Pellizzari e da restituire il sonoro ai film di Charlie Chaplin. Come sono belle le canzoni d’amore quando ci si mette a nudo senza riserve e che bello quel finale che dice: “Addio amore, abbi cura di te”, così, senza nessun giro di parole, impunemente: ci cadiamo tutti, quanti siamo! Torna la sezione ritmica e come se stessimo tutti correndo col mio I-pod sul lungomare di Mondello arrivano “Narciso” (che strappa l’applauso più forte di tutta la serata), “Confusa e felice” (con un’intro potentissima), “Quello che sento” (dedicata al compianto producer Francesco Virlinzi), “L’ultimo bacio” (con uno strano passaggio di tempo dal 4/4 al ¾ sulla strofa, prima del laconico: “…mentre piove”) e “Amore di plastica” (che chiude il primo set di bis).

A questo punto Carmen decide di rientrare da sola, per un ulteriore bis. La sceneggiatura prevedeva il rientro della band in un determinato punto, solo che le musiciste non si fanno trovare pronte al loro posto (io le avrei uccise) e invece Carmen, nonostante la figuraccia di rimanere incolpevolmente scoperta sul punto focale del pezzo, se la ride beata e riinizia da capo con la determinazione di chi, per arrivare fin dove è arrivata, di certo avrà dovuto mettere in campo (prima ancora che il talento) tanta, tanta, professionalità. Il resto è “tutti in piedi a goderci un attimo di meritata spensieratezza”, almeno fino alla sveglia di domani, quando quell’orribile strumento di tortura ci restituirà ad una realtà da cui la Cantantessa, anche stavolta, è riuscita a strapparci per una buona ora e mezza grazie a suono e poesia. Carmen Consoli ha “l’abitudine di tornare” e tutti noi diciamo: “Meno male!”

MASSIMILIANO AMOROSO
Photoset by AZZURRA DE LUCA

Credits: si ringrazia Musica e Suoni per la perfetta organizzazione e la squisita disponibilità.

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