CARLO PODDIGHE SUPEREGO – Intervista a Fiume diVino
In occasione del Fiume diVino Festival a Fontanelice, sopra Imola (BO), in una splendida posizione sul lungofiume, ho intervistato lo onemanband CARLO “Superego” PODDIGHE.
Dai raccontami un po’ allora come hai cominciato a suonare, ad appassionarti alla musica?
Beh, allora io ho iniziato da bambino, anche perché a casa mia c’è sempre stata musica, si è sempre respirata in qualche modo, perché i miei nonni erano musicisti — nessuno come professionista, però tutti molto amatori della musica: mio nonno cantante lirico, mia nonna lo accompagnava al piano. Poi mio papà era un musicista molto estroso, autodidatta, che mi ha insegnato i primi rudimenti alla chitarra. Poi io ho sempre convissuto con mio fratello, abbiamo sempre vissuto insieme la passione per la musica, abbiamo tuttora uno studio di realizzazione con cui abbiamo prodotto decine e decine e decine di dischi, e perciò ecco, la musica non è mai mancata.
Quindi allora dicevi che avete anche lo studio di registrazione?
Abbiamo uno studio di registrazione con cui abbiamo registrato un sacco di musica, fin da metà anni ’90, ovviamente inizialmente nella scena di Brescia, per poi espanderci con produzioni più grosse man mano che io entravo, diciamo come musicista, in contatto con le varie scene.
E comunque c’è stato un gran movimento.
Sì, c’è stato un gran movimento, ci sono stati tanti gruppi — c’erano i Plan de Fuga, fino a una quindicina d’anni fa, con cui ho convissuto tutta la mia adolescenza perché siamo amici fantastici.
Il cantante poi ha continuato a fare musica.
Se si pensa che le loro prime registrazioni con la loro prima band le ho registrate io, appunto, metà anni Novanta. A Brescia c’è sempre stato un bel fermento, fino a qualche anno fa. Ultimamente, un po’ tutto il nord Italia si è purtroppo appiattito, per il fatto che la musica come era intesa una volta, la musica suonata, è un po’ andata a scemare.
Questo è un altro bell’argomento… che genere ascoltavi, cosa ti ha portato a questo?
A casa mia mio papà era del ’37, perciò chiaramente lui, nei suoi vent’anni, nel ’57, era appassionato di rock and roll come tutti i ragazzi della sua generazione — Elvis, Little Richard, ovviamente Celentano, il primissimo Celentano — e perciò diciamo il suo imprinting era quello: Pat Boone e tutti i rocker tra il rock e il melodico degli anni ’50. Invece mia mamma era della generazione successiva, aveva qualche anno in meno, e perciò lei era più sulla musica melodica italiana dei primi anni ’70, fine anni ’60 — i cantautori, Battisti, Tenco, cose un pochino più musicali.
Interessante.
Simpaticissimo, assolutamente sì. Però diciamo che a livello musicale era una musica un pochino più di intrattenimento — a mia mamma piacevano di più i cantautori.
Ok, quindi questo genere qui, il rock, e poi invece negli anni ’70 arrivavano i gruppi come gli Zeppelin…
Esatto, i miei genitori non li hanno mai ascoltati, erano di un altro tipo di gusto.
Invece tu li ascoltavi.
Sì, io e mio fratello li abbiamo ascoltati per la prima volta nella seconda metà degli anni Ottanta: ci siamo appassionati ai Beatles, ai Rolling Stones, e si è aperto un vaso di Pandora scoprendo la musica del decennio precedente, perché negli anni ’80, come ricorderai, la musica degli anni ’70 era vista come una cosa vecchia, brutta — i giovani dicevano che quella musica era vecchia.
Tanto c’era la discoteca…
Esatto, c’era Festivalbar, c’era tutta l’Italo Disco, oppure c’era la New Wave, il gusto era cambiato; perciò, gli anni ’70 erano visti come una cosa vecchia. C’era stato il punk, perciò io, quando ho iniziato, per me era come scoprire un territorio inesplorato, soprattutto tra i miei coetanei. Perciò ho scoperto i Led Zeppelin, tutto il rock anni ’70, e poi il punk, e mi sono appassionato a quello — ecco, perciò, il mio imprinting risiede lì.
Ok, dopo hai cominciato a suonare la chitarra e la batteria?
In realtà a casa ho sempre avuto gli strumenti, ho sempre avuto il pianoforte, che era quello di mia nonna, e avevo le chitarre di mio papà. Anche mio papà si dilettava a suonare un po’ tutto in maniera amatoriale, a orecchio, perciò da lui ho ereditato l’arte del fai da te. Poi eravamo io e mio fratello che ci rimbalzavamo le cose, scoprivamo le cose.
Tuo fratello è più grande?
Sì, di un paio d’anni, siamo cresciuti insieme.
E quindi ti sei avvicinato — adesso suoni tutto assieme. All’inizio invece la chitarra è stata il primo strumento?
La chitarra, ma anche la batteria, anche il basso.
La batteria è un po’ più impegnativa per i vicini.
Però eravamo fortunati, vivevamo comunque in una casa molto grande e il vicinato non era proprio vicino.
Quindi hai cominciato a suonarli tutti e due assieme, però separatamente. E poi è nata l’idea di mettere assieme tutte queste cose.
Questa è una cosa a cui sono arrivato negli ultimi sei o sette anni, nonostante i primi esperimenti li abbia fatti ovviamente nel corso della mia adolescenza — avevo la batteria o la chitarra, provavo. Diciamo che gli strumenti li ho imparati sul campo, in studio, sia come session man che come musicista nei gruppi, con tutti gli strumenti — batteria, chitarra, tastiere, basso — li ho sempre suonati, anche sui palchi, anche nelle band, ho arrangiato i dischi. Perciò sapevo come dovevano suonare singolarmente, presi uno per uno, e come dovevano suonare nell’insieme. Nel momento in cui ho scoperto che riuscivo a tenere il plettro della chitarra e la bacchetta nella stessa mano, e a percuotere il rullante e le corde contemporaneamente con la mano destra — nel momento in cui ho capito meccanicamente come fare questa cosa — ho incominciato a suonare batteria e chitarra insieme, e anche a cantare (io ho sempre cantato, da sempre). Ho 49 anni, ho iniziato a suonare a 12, è chiaro che di acqua ne è passata sotto i ponti. Ho fatto i miei primi concerti dal vivo nel ’91, quindi la solita gavetta — gruppi, feste, sagre. Poi non era più come una volta, che andavi in TV e diventavi famoso subito, e magari poi cadevi dalla TV al niente. Ho iniziato a fare il turnista in maniera un po’ professionale, a lavorare in cose un po’ più grosse, da già vent’anni, venticinque anni — adesso faccio questo lavoro proprio come musicista, come turnista.
Un mestiere anche un po’ da meccanico e rocker.
Sì, ho fatto anche un altro lavoro fino al 2003 — però diciamo che è dal 2003 che faccio solo il musicista, ventitré anni, un quarto di secolo. Ho fatto, come produttore discografico, gli ultimi tre dischi di Omar Pedrini — ‘Che ci vado a fare a Londra’, ‘Onda Start’, un lavoro che abbiamo fatto insieme in cui ho suonato tutti gli strumenti, ed è stato il primo lavoro che abbiamo fatto assieme, meraviglioso. Io e Omar siamo concittadini, ci conosciamo dagli anni Novanta. Poi ho lavorato con Bastianich, ho fatto il primo disco, ho lavorato anche con i napoletani — il disco precedente l’ho registrato io — e ultimamente sto lavorando con Auroro Borealo, un ragazzo di Brescia anche lui: ho registrato l’album, ho suonato tutti gli strumenti e l’ho aiutato negli arrangiamenti.
Esatto, puoi essere bravo e perderti in questa marea di musica che arriva, arriva.
Infatti, la bravura, per esempio di Aurora — che è un caso abbastanza significativo di questo momento musicale — sta nel fatto che unisce una grande spontaneità viscerale: non è uno tecnico, non è un cantante, lo dice lui stesso, però ha delle idee molto musicali, molto fresche, perché non nascono da un contesto manierista ma da questa spontaneità. Ha delle belle idee musicali ed è molto intelligente anche nei testi.
Altri festival a cui hai partecipato?
Con Omar sono ormai 16-17 anni — ho iniziato a suonare con lui dal 2014, dal vivo e anche in studio, di palchi con lui ne ho fatti tanti, abbiamo aperto per Noel Gallagher, abbiamo fatto un sacco di cose. Io poi ho anche un altro progetto, un gruppo che si chiama The Mat Project, con cui suoniamo in tutta Europa — abbiamo fatto svariati tour, siamo stati anche a New York un bel po’ di volte, a suonare in locali molto belli.
Spesso mi si chiede quale sia la differenza tra suonare in Italia e andare all’estero.
Dipende, tutto il mondo è paese, alla fine dipende un po’ dalle scene, perché il mondo, bene o male, è diviso in scene musicali. Io ho sempre lavorato come indipendente, come cavallo sciolto, non ho mai fatto parte di una scena vera e propria. È un mercato più strutturato, mettiamola così. La gente è più educata anche a comprare la musica, se vogliamo vederla così — qui la musica viene vista sempre come un sottofondo, come qualcosa che deve esserci e basta, data per scontata. Non è vista come qualcosa a cui si dà importanza — è come il mobile di un locale.
Il festival di stasera è qui a Fiume Divino — è la prima volta che vieni qui, no?
In realtà c’ero già stato, forse con Omar, mi sa nel 2014, non mi ricordo bene — ho fatto tipo 200 concerti.
È un festival organizzato con delle particolarità, bella realtà, fuori dai mega festival con i concerti sui videowall — è bello vedere questi festival più piccoli.
Quelli sono appannaggio dei giovani, che magari hanno più… io sono di un’altra generazione, sono anche un po’ fuori da questi giochi. Come dicevo prima, sono più un cane sciolto, ho una mia nicchia che mi sono costruito grazie ai social — non so se hai visto, sui social ho dei numeri molto grossi.
Progetti futuri, dischi in arrivo, registrazioni nuove?
Il mio disco — nel momento in cui ho incominciato a fare dei grossi numeri sui social, questo progetto, che era nato un po’ come gioco, è del 2021: è da allora che suono così. L’ultimo album l’ho registrato di getto nel momento in cui, a ottobre del 2023, ho pubblicato dei video su Facebook che sono diventati virali.
Quindi un paio d’anni, ma allora, ha ancora senso oggi fare dischi?
E nel 2024 l’ho pubblicato, subito dopo, due-tre mesi dopo. Ha senso nel momento in cui un artista suona dal vivo e deve vendere del merchandising, o comunque avere un biglietto da visita da dare al fan che a fine concerto dice: ‘vorrei portarmi a casa la cartolina’.
Se siete in quattro, più la produzione, e andate in studio, costa un botto — e i dischi non li vendi.
No, io ho la fortuna di avere uno studio a casa.
Perciò te lo puoi permettere. Se sei una band diventa complicato, dover muoversi in quattro, trovarsi, prendere uno studio. Persino De Gregori dice che non conviene più fare dischi.
Non conviene più fare un album come si faceva una volta, perché farlo una volta era come fare un film, come andare a Hollywood. Adesso ormai te lo puoi fare anche a casa, un disco — se vogliamo vederla così, conta più l’idea che il resto.
Quindi c’è qualcosa in cantiere per più avanti?
Sì, comunque sto continuando a fare canzoni, ho questo mio progetto.
Li fai uscire come singoli?
In questo momento mi sto godendo i concerti, mi piace suonare dal vivo — è un progetto fatto apposta con un approccio pensato per suonare dal vivo.
Quindi tante altre date adesso.
Sì, sono sempre in tour, soprattutto all’estero — Francia, Belgio, Germania, sono stato in Ungheria da poco, in Inghilterra l’estate scorsa ho fatto una quindicina di date. Il progetto è piaciuto molto perché è nato con le cover, in cui riuscivo a fare delle cover quasi impossibili. Riesco a suonare, per esempio, ‘Echoes’ dei Pink Floyd dall’inizio alla fine, tutta, senza basi registrate, completamente dal vivo in presa diretta, suonando tre strumenti contemporaneamente — e la cosa che colpisce gli ascoltatori, un pubblico fatto prevalentemente di appassionati di musica o di musicisti, è proprio il fatto che io riesco a fare questa cosa. Nel momento in cui ho visto che il gioco funzionava, perché attirava l’attenzione — oggi è difficile attirare l’attenzione del pubblico, è la cosa più complicata, avere l’attenzione, perché l’attenzione.
Si è abbassata la soglia di attenzione.
Siamo tutti abituati ad avere tante cose, anche bellissime, buttate lì, regalate. Perciò, nel momento in cui ho avuto l’attenzione, ho detto: caspita, ne approfitto per proporre anche qualcosa di mio. Però è accessorio, secondo me il pubblico è più interessato a sentire che io riesco a fare tutto questo dal vivo senza basi — il gioco è quello, ecco, se vogliamo essere onesti intellettualmente.
MAURIZIO DONINI
Band:
Carlo “Superego” Poddighe
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CEO & Founder di TuttoRock - Supervisore Informatico, Redattore della sezione Europa in un quotidiano, Opinionist in vari blog, dopo varie esperienze in numerose webzine musicali, stanco dei recinti mentali e di genere, ho deciso di fondare un luogo ove riunire Musica, Arte, Cultura, Idee.




