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nick cave – “20.000 days on earth”

nick cave – “20.000 days on earth”

Un film di Ian Forsyth, Jane Pollard. Con Nick Cave, Susie Bick, Warren Ellis, Darian Leader, Ray Winstone.
Documentario, durata 95 min. – Gran Bretagna 2014.

Distribuito in Italia da Nexodigital; “20.000 Days on Earth” di Iain Forsyth rappresenta un immaginario viaggio della durata di un giorno, nella vita di Nick Cave. L’artista di origine australiana, oggi residente a Brighton, ha profondamente segnato la scena della musica rock degli ultimi 30 anni, colorandola con carismatiche note punk rock, a tratti visionarie, trascinando il pubblico in un mondo intimistico di forti emozioni, distinguendosi inoltre come scrittore, attore e sceneggiatore.

Chi ha avuto la fortuna di assistere ad una performance live di Nick Cave, potrà forse rintracciare nel prorompete inizio del film, la stessa adrenalinica emozione data dal suo ingresso fragoroso sul palco. Energico, vibrante come la luce del giorno, che si fá largo con forza all’interno della stanza, un sipario che si leva fragorosamente catturando la fervida attenzione dei nostri sensi. 

Da questo momento in poi la pellicola scorrerà sul fil rouge della memoria, dando vita ad una rappresentazione dell’immagine allo specchio, più o meno autentica, che Cave deciderà di condividere con noi poco dopo il risveglio, in quel l’atto da lui definito di “cannibalismo” sociale, che positivamente sublima in gesto creativo.

Ed è quest’ultimo fine, che ben s’incastra nella sequenza narrativa, conferendole una valenza tripla: possiamo assistere a “20.000 days on earth” considerandolo una semplice narrazione quotidiana; individuarne i tratti distintivi di un’autoanalisi intimistica, meno formale e più romanzata di un documentario sulla vita del cantante oppure cogliere gli spunti e l’atmosfera creativa, che non solo ammantano il “dietro le quinte” della realizzazione dell’ultimo album “Push the sky away”; ma si fanno anche portavoce di un’ottimistica ventata di entusiasmo contagioso, rivolto agli artisti emergenti.
La sensazione dominante è che Nick Cave sia tanto protagonista del film, quanto silenzioso strumento guida della narrazione, che si scompone attraverso scambi dialettici di breve durata con diversi personaggi cameo, per aspirare ad un’autonomia di pensiero, in cui ognuno è chiamato alla libera interpretazione.

La seduta psicanalitica con Darian Leader, uno stream of consciousness delicato, in cui rievoca il suo innamoramento per l’arte della scrittura, passione trasmessagli dal padre, Colin Frank Cave, durante la lettura di un breve passo. Il ricordo acquista connotazioni quasi divine, di profonda devozione ed ammirazione, di elevazione dell’uomo ad uno status di suprema bellezza. La commozione finale, nel ricordarne la prematura scomparsa (avvenuta in un incidente d’auto, mentre Cave si trovava in carcere, per un piccolo furto).
Sfogliando le successive pagine della memoria, nella casa lungo le bianche coste di Dover, del chitarrista e violinsta Warren Ellis, non sorprende trovar immediatamente collegato l’aneddoto di una Nina Simone, esplosiva e trasgressiva, che ci fornisce un interessante chiave di lettura dell’interpretazione degli anni giovanili di Cave e delle sue performance sul palco.

Warren Ellis, oltre ad esser amico di lunga data, è anche membro dei I “Bad seeds” (“Fiori del male”, come la stessa opera di Charles Baudelaire). La band nata nel 1983 proprio alla fine di un processo esistenziale di profondo tormento e dolore di Nick Cave, che ritrova sè stesso, dopo aver sperimentato anni londinesi di trasgressione estrema con i “Birthday Party” e successivamente la scena punk-rock dell’underground berlinese anni ’80, vissuta in un minuscolo appartamento in cui conserva immagini ed oggetti “reliquia”, da cui trae ispirazione per la scrittura del primo libro “And The Ass Saw The Angel”, mentre stempera una vita quotidiana ben divisa tra il consumo di eroina e la frequentazione della Chiesa.
Metafora filmica di questo lungo percorso storico, la sua discesa nel seminterrato dell’ipotetico “Archivio Nick Cave”, in cui diversi collaboratori lavorano alla catalogazione della sua collezione di fotografie, video e testi scritti. Dopo la comparsa dello scatto che ritrae Susie Bicks, la moglie, dalle sembianze eteree, quasi angeliche, che per un attimo ci ricordano quell’estatica tensione al dialogo tra il mondo del divino e l’uomo, messo egregiamente in scena nella pellicola di Wim Wenders, in cui per altro Cave recita una piccola parte, vestendo i panni di sé stesso, riemergiamo all’aria aperta, pronti ad incontrare una sfavillante Kylie Minogue.

E si corre di nuovo avanti, a bordo della jaguar nera, sul cui parabrezza cade la pioggia inglese, malinconica e nostalgica, come nelle poesie di Cave, raccolte nei “Weather diary” – “I could con­trol the weather with my mood back then. I just couldn’t con­trol my moods, you know.”

Ma i cori di voci bianche, dei bambini della scuola Saint Martin di Saint-Rémy-de-Provence (presenti nelle canzoni: Jubilee Street, Higgs Boson Blues, Push The Sky Away, Lightning Bolts – dell’album “pUsh the sky away”), ci invitano ad una nuova atmosfera di pace, di quiete familiare, scandita dalla quotidianità delle esibizioni sul palco, per poi cullarsi tra i figli gemelli, sul divano di casa con pizza, tv ed affettuosa naturalezza.

“20.000 days on earth” termina lasciandoci col fiato sospeso, con il disappunto che si prova accomiatandosi da un caro amico, in partenza sulla nave…