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Mommy Metal Stories “BLACK SABBATH”

Mommy Metal Stories “BLACK SABBATH”

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Per questo nuovo viaggio nella musica metal ho scelto i Black Sabbath, coloro che a detta di tutti hanno scritto le regole dell’heavy metal. Amati da tutti, nessuno escluso.   Infatti tantissimi gruppi hanno detto che se non fosse stato per l’influenza dei Black Sabbath forse non avrebbero mai iniziato a muovere i passi nel mondo della musica. E parliamo di band come Megadeth, Celtic Frost, Pantera, Slayer, Anthrax, Slipknot, System of a Down…E non dimentichiamo i Metallica, i quali hanno sempre affermato che: “senza i Black Sabbath noi non saremmo qui oggi”.
Parlerò dei Black Sabbath nella formazione per eccellenza, quella di Ozzy, Tony, Bill, Geezer; accennerò soltanto all’uso di droghe, alle beghe e a quello che accadde dopo il 1979,  e cari lettori non vogliatemene, ma credo che siano loro quattro ad aver avvicinato intere generazioni di musicisti al mondo del rock più duro e quindi scriverò di loro quattro.
Scriverò di un gruppo che alla fine degli anni ‘60 si presentò in maniera totalmente diversa dalle altre band che allora gravitavano sulla scena, scriverò di quattro ragazzi di Birmingham in Inghilterra: il cantante John Ozzy Osbourne, il chitarrista Tony Iommi, il batterista Bill Ward e il bassista Terry Geezer Butler.
La leggenda narra che toccò a Geezer trovare il nome adatto per la band, la quale aveva sperimentato con poco successo quelli di Polka Tulk ed Earth, il nuovo nome cambiò il corso di tutti e di tutto. Geezer appassionato di romanzi e di film che parlavano di horror e di magia conosceva un film dell’italiano Mario Bava intitolato I tre volti della paura del 1963, il titolo per il cinema inglese era Black Sabbath, ovvero sabba nero e questo divenne il loro nome.
Scrisse Ozzy “Cara mamma, ci aspetta un concerto allo Star Club di Amburgo. E’ dove hanno suonato anche i Beatles! Ti scrivo dal traghetto per Dunkirk. Spero ti piaccia la foto della scogliera bianca (sull’altro lato). E’ ciò che ho davanti agli occhi in questo istante. Grandi notizie: al ritorno in Inghilterra cambieremo il nome della band in Black Sabbath. Forse, stavolta, riusciremo a sfondare sul serio. Vi amo tutti, John”.
Era il 1969.
Il 13 febbraio del 1970 uscì l’album di debutto intitolato Black Sabbath, disco originale e diverso dal panorama rock di quei tempi, sia per la musica che per i testi. Ozzy nella sua autobiografia scrive: “Per me fu come venire al mondo. I critici invece lo massacrarono”.
 I Deep Purple e i Led Zeppelin, suonavano con venature anche rock ‘n’ roll e blues, ma la musica dei Sabbath, anche se simile, era tutta un’altra cosa: presentava sonorità più gravi, melodie cupe a cui il pubblico e gli addetti ai lavori non erano abituati. Vi erano riferimenti al demonio e all’occulto, infatti il nome della band e alcuni testi delle canzoni crearono un’immagine che il gruppo non sarebbe più riuscita a togliersi di dosso; erano i ragazzi dei riti satanici per l’opinione pubblica, coloro che adoravano il demonio, malgrado loro avessero negato tutte queste dicerie. Comunque tutto questo parlare contribuì, e non poco, al fascino che i Black Sabbath esercitavano sul pubblico, specie quello più giovane.
Tra il 1970 e il 1973 la popolarità dei Sabbath è alle stelle: in quegli anni pubblicano Black Sabbath (1970), Paranoid (1970), Master of Reality (1971), Vol. 4 (1972) e Sabbath Bloody Sabbath (1973) che diventeranno tutti dischi d’oro negli Stati Uniti e poi anche di platino. Ma soprattutto dischi di culto.
Nel primo lavoro Black Sabbath come si fa dopo quell’intro a non immaginare una landa dimenticata pullulante di forze oscure? Solo due titoli su tutti, non mi dilungo, Black Sabbath e The Wizard, i riff di Tony, il cadenzare lento e oscuro di Geezer, la batteria impazzita di Bill, la voce “drammatica” di Ozzy. E come non ricordare anche l’armonica suonata da Osbourne? Un capolavoro.
Il secondo album è Paranoid e la storia del metal passa di qua: War Pigs, Paranoid, Iron Man, Planet Caravan…La perfezione, la spietatezza, la verità scritta nero su bianco. Un album che racchiude pazzia, disperazione, il voler vivere morendo al ritmo doom, nessuno spazio temporale, solo un lamento lento ed oscuro. 
In Master of Reality, si continua a vagare nel mondo dell’occulto, i toni diventano ancora più cupi, la chitarra e il basso trascinano in maniera sorda e lugubre tutto l’album. Credo basti citare Children of the Grove e Solitude. Allora non si immaginava che anche grazie a questo album i Black Sabbath sarebbero diventati i padri del genere heavy metal e di tanti altri sottogeneri, come il doom, il thrash,  il grunge.
E’ la volta di Vol.4, siamo nel 1972, lavoro diverso dai precedenti, meno oscuro ma non per questo meno efficace. Da ricordare Tomorow’s Dream, Changes (dove Ozzy sfodera una voce oltre ogni aspettativa) e la strumentale Laguna Sunrise.
Nel 1973 pubblicano Sabbath Bloody Sabbath, a cui partecipa il tastierista Rick Wakeman degli Yes, questo apporta un nuovo suono, il risultato è ottimo, maturo, ipnotico e le tracce tutte da ricordare come ad esempio la canzone che dà il titolo all’album, oppure Killing Yourself to Live o  Spiral Architect
Ma i Sabbath  erano lacerati dai problemi con i manager e dalla dipendenza dalle droghe e dall’alcool. Nel 1975 comunque, pubblicano l’ottimo Sabotage che però non riscuote il successo sperato.
Questo porta a contrasti anche all’interno della band, specialmente tra Osbourne e Iommi e quando nel 1976 vede la luce Technical Ecstasy, disco che non entusiasma i fan, Ozzy comincia a pensare di lasciare il gruppo, infatti nel 1977 abbandona i compagni, ma poi rientra.
Nel 1978 esce Never Say Die che ugualmente non trova buoni riscontri e nel 1979 Osbourne lascia per tentare la carriera solista e si apre un nuovo libro nella carriera di Ozzy.
Inizialmente Osbourne viene sostituito dall’ex cantante dei Fleetwood Mac Dave Walker.
Poi il suo posto viene preso da Ronnie James Dio ex cantante dei Rainbow. Ma questa è un’altra storia, non un altro capitolo dei Black Sabbath
Si entra in un vortice di nomi, cambi, ormai l’unico membro fisso è Toni Iommi e i dischi risentono di questo clima fino al 1998, anno in cui i Black Sabbath si ritrovano per Reunion con la line up originale: Ozzy, Tony, Geezer e Ward.
Nel 2000 vincono  il primo Grammy Awards come Best Metal Performance con Iron Man e nel 2006 entrano (finalmente!) nella Rock and Roll Hall of Fame.
Nel 2013 esce 13 il loro ultimo album in studio che riscuote un successo straordinario e raggiunge la prima posizione nelle classifiche del Regno Unito e negli Stati Uniti.
Il 30 settembre 2015 la band annuncia il tour The End è il loro tour d’addio, ci son tutti, ma  manca all’appello Bill Ward, al suo posto Tommy Clufetos.
Il tour tocca anche l’Italia, il 13 giugno 2016, nella splendida cornice dell’Arena di Verona, un concerto epico, senza imperfezioni e con quel saluto finale: Thank you. You’re number one. God bless you all, che ricorderanno in tanti.
L’ultimo concerto si tiene nel 2017 a Birmingham dove tutto è cominciato…
Ho provato a raccontare la storia di quattro ragazzi inglesi e della loro musica, la musica dei Black Sabbath e del loro essere esempio per tante altre band, è stato difficile non toccare certi argomenti e certi passaggi sicuramente fondamentali, ma ho preferito così, senza tanti fronzoli e senza troppi particolari.
Grazie ai Black Sabbath per questi 50 anni di musica e… Never say die.

A cura di Monica Atzei
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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