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2000-2010 “…the Distance Between la vera musica e lo show dei talenti…”: apparire o e …

2000-2010 “…the Distance Between la vera musica e lo show dei talenti…”: apparire o e …

“Godiamoci una decade di decadenza” recitava un celebre testo di Marco Castoldi (in arte Morgan), leader carismatico dei Bluvertigo”.

La fine degli anni ’90, può essere sicuramente considerata l’inizio di un’Era, che in tutta sincerità, però, non me la sentirei di definire “nuova”.

Morto il “grunge”, al contrario di quanto si dice riguardo al Papa, non se n’è “fatto un altro” e -per quanto concerne il campo musicale- abbiamo iniziato ad assistere a una spirale -a mio parere discendente- della qualità dei generi.

Sbirciando su Internet la classifica delle cento canzoni più belle del decennio 2000-2010 troviamo uno scenario che definirei “macabro”:

1)Can’t Get You Out Of My Head
2) Kylie Minogue
3) Whenever, Wherever – Shakira
4) The Real Slim Shady – Eminem
5)I’m Outta Love – Anastacia
6) Para no verte mas – La Mosca Tse Tse
7) All the small things – Blink 182
8) It’s my life – Bon Jovi 8) Beautiful day – U2
9) Crying at the discoteque – Alcazar
10) Moi Lolita – Alizee


CHI VI CREDETE CHE NOI SIAM PER I CAPELLI CHE PORTIAM

Il suo nome è Joe Schiaffi e l’abbiamo invitato ad appendere al chiodo le sue bacchette di batterista per descriverci la realtà di quegli anni .

Joe, che ricordiamo è anche scrittore ci spiega, in particolare, come la città di riferimento in quegli anni sia stata prevalentemente Modena: -..anche perché ogni provincia, fa storia a sé e rappresenta una realtà ben distinta-.

Molto importante è il discorso che il batterista dei Kaos India approfondisce riguardo all’esigenza per la musica locale di trovare spazio nonchè alla concomitante “crisi” culturale che vede coinvolto l’intero Paese con ovvie ricadute sulla scena locale.

-Si organizzano meno cose, molto più in piccolo. Il comune ed altri enti privati non si arrendono e provano a organizzare cose per promuovere la realtà emergente locale (si pensi al Modena Music Town dello scorso anno, ad esempio) ma il problema è che la gente, il pubblico, è stato profondamente diseducato alla musica negli ultimi 10-15 anni a causa soprattutto di tutto lo schifo che passa costantemente in radio e TV e che viene spacciato per musica-.

Il concetto qui espresso riprende appieno ciò che anche la leader delle Roipnol Witch (vedi intervista nella sezione “Almanacco Mercury”), Giuly Guandalini, canta nel singolo “Febbre” in cui afferma chiaramente: “sullo show dei talenti ci scatarro su” ( la frase contiene a sua volta un’ulteriore citazione del testo di Manuel Agnelli (Afterhours) Sui giovani d’oggi ci scatarro su).

Il brano ci racconta in tono nostalgico, ma assolutamente combattivo, di come sia stato difficile per chi è nato “nell’83” doversi adattare a tutti i vari cambiamenti sociali (in a livello musicale e non) di fronte alla parabola decrescente di cui si parlava sopra che ha visto inevitabilmente cadere vittima del medium “televisione” il settore “arte” che dovrebbe per natura essere al di fuori di tutto ciò che è invece sinonimo di marketing.

Tornando alla bella analisi proposta da Schiaffi egli afferma ancora:

-Sempre meno persone vanno ai concerti e quando non conoscono i pezzi si alzano e vanno via perché non c’è l’interesse di scoprire qualcosa di nuovo, non c’è la voglia di esplorare la novità. Non è facile ma non ci si arrende e abbiamo la fortuna di avere, a Modena, tanti musicisti davvero in gamba che propongono cose di grande interesse e che ce la mettono tutta per portare l’attenzione del pubblico verso la musica di qualità, quella fatta cioè perché c’è qualcosa da dire.

A cavallo tra “desiderio di novità” e nostalgia si pone un altro interessante punto di vista di Joe, che, pur dichiarandosi assolutamente contento di ciò che fa ora afferma con molta schiettezza:

-…C’è bisogno di far capire al pubblico che la musica è un’altra cosa ed è anche per questo che con la mia band (i Kaos IndiA) abbiamo deciso di riunirci in un collettivo (insieme ad altre due formazioni quali Exit Limbo e Fakir Thongs) che ha lo scopo di promuovere le cose fatte con criterio, perché c’è qualcosa da dire e le due serate organizzate fino ad ora hanno fatto registare li tutto esaurito, una partecipazione oltre ogni più rosea aspettativa, cosa che mi fa ben sperare e che dimostra che il pubblico è ancora ricettivo per la musica inedita, nonostante anni e anni di cover band che si sono sempre limitate a proporre ciò che in radio andava per la maggiore, contribuendo a spegnere l’interesse e la curiosità del pubblico.

Rispetto a 10 anni fa la situazione attuale si è ulteriormente complicata e chi suona ora in Italia e vuole fare cose inedite e con una certa cura, ha davanti a sé un vero e proprio muro del pianto davanti al quale si hanno solo 2 scelte: inginocchiarsi, scavare e cercare di strisciare sotto come vermi, oppure prendere la rincorsa e arrivarci contro di testa, a velocità più alta possibile, così che o ci si rompa la testa o si sfondi il muro.

Quello che vorrei, nel mio piccolo, trasmettere e far capire è che rompersi eventualmente la testa è comunque sempre meglio che scavare, sprofondare nella terra per cercare di strisciare sotto e che la strada più difficile è sempre e comunque quella migliore. Tanti cedono alle scorciatoie: studiano, diventano bravi ma hanno come unico obiettivo quello di diventare ‘turnisti’ andando a suonare musica di infima qualità con quelli che ora sono considerati big per tirare dentro due soldi facili. Se vuoi suonare VERAMENTE vai a lavorare tutto il giorno, suoni alla sera, torni a casa a orari schifosi e ti svegli presto e quando timbri il cartellino hai gli occhi gonfi. E’ dura, ma è autenticità. Chi fa un simile sacrificio è chi sa cosa sta facendo e soprattutto perché lo sta facendo. Per me questa è l’unica via, l’unica strada, diversa dal suonare ciò che il pubblico vuole dopo aver ascoltato per anni spazzatura proposta da gente che ha smesso da decenni di scrivere ciò che pensava e si limita a scrivere e ‘comporre’ ciò che, ritiene, il pubblico possa apprezzare. Questa non è musica.

La musica è un’altra cosa e nel mio piccolo e nel mio essere irrilevante vorrei semplicemente dire questo: fate i sacrifici, non cercate scorciatoie, suonate quello che vi sentite di suonare. Quando suonate dovete stare bene e provare piacere, indipendentemente da quanta gente c’è ad ascoltarvi. La strada difficile, in salita, è sempre la migliore, indipendentemente da tutto. Rispetto ad ora, 10 anni fa c’era più gente che la pensava così e che agiva di conseguenza-

Quest’ultimo discorso vi farà capire come mai, tra tanti esponenti, io abbia ritenuto fondamentale l’apporto di Joe Schiaffi: pur essendo nato nel 1983 (e non negli anni’70), il ragazzo, sembra aver mantenuto tutte le caratteristiche del rocker “duro e puro”, quello che sa cosa vuole e non accetta compromessi, quello che decide di mantenere un preciso look (pur sapendo che non è più di moda) e una precisa filosofia di vita con l’integerrimo intento di mantenere quella “cosa” che oramai sembra essere un concetto in netto disuso all’interno di questo nostro “Bel Paese”: la coerenza.

Il decennio 2000-2010 ha infatti visto sfilare molte realtà musicali che hanno prodotto fuochi fatui, personaggi ambigui e individui che si potrebbero definire “poser” per il modo in cui si sono limitati a scimmiottare “l’atteggiamento rock” senza esserlo immolandosi alla Dea Apparenza facendo pagare a caro prezzo lo scotto a sua maestà Sostanza, che dovrebbe invece essere il nutrimento primigenio e insostituibile per ogni artista.

Grazie Joe per averci raccontato dal tuo prezioso punto di vista cos’ha significato e tutt’ora significa avere una passione e perseguirla senza remore seguendo soltanto la strada delle viscere senza tanti calcoli e intenti commerciali. Grazie per non essere solo facciata, ma per prenderti la briga di rappresentare quella fetta dimenticata, eppure ancora pulsante, di gente che ci crede e che porta avanti i propri ideali. Grazie a te e a quelli come te. Che pur avendo preso tanti “schiaffi” continuano ad alzarsi in piedi e lottare.


DAFNE D’ANGELO