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BER – Good, Like It Should Be

BER – Good, Like It Should Be

Ci sono dischi che raccontano una storia e altri che sembrano piuttosto il diario di bordo di chi quella storia l’ha vissuta sulla propria pelle. Good, Like It Should Be, debut album di Ber, appartiene decisamente alla seconda categoria. Dodici brani, poco più di quaranta minuti, nei quali la cantautrice americana, oggi residente a Londra, mette in fila dubbi, innamoramenti, vulnerabilità, ironia e quella particolare forma di serenità che arriva quando si smette finalmente di combattere contro sé stessi.

L’apertura affidata a “Good, Real” mette subito le carte in tavola: il tono è solare, il ritornello resta in testa e quella felicità quasi incredula che attraversa il brano diventa la chiave di lettura dell’intero album. Non è però un disco ingenuamente felice. Ber arriva alla luce dopo aver attraversato parecchie zone d’ombra, e proprio per questo la sua leggerezza non è mai superficiale. “Cool, Boy” gioca con il romanticismo e con una certa ironia adolescenziale, mentre “Who’s This?” porta in primo piano l’euforia straniante di un sentimento nuovo. Sono canzoni immediate, pop nel senso migliore del termine, capaci di funzionare al primo ascolto senza rinunciare a una scrittura personale. Poi arriva “Smooth Ride”, che accentua la componente più morbida e radiofonica del lavoro, prima che “Hey, Bluebird” introduca una tonalità più intima e riflessiva. Ber non ha bisogno di grandi esplosioni drammatiche: preferisce raccontare le emozioni attraverso piccoli dettagli, conversazioni, immagini quotidiane. È proprio questa dimensione domestica a rendere credibili le sue canzoni. Uno dei momenti più riusciti è “Book Cover”, brano costruito su un’idea tanto semplice quanto efficace: non lasciarsi giudicare dalla copertina. Una chitarra acustica delicata e una vocalità calda accompagnano una canzone che parla del sentirsi ignorati, sottovalutati, messi da parte. Il brano era nato da un periodo di solitudine e dalla sensazione di non essere presa sul serio, trasformando quella vulnerabilità in una delle pagine più sincere dell’album. È qui che Ber dimostra di possedere qualcosa di più della semplice capacità di scrivere buone canzoni pop: sa trasformare un’esperienza privata in qualcosa nel quale l’ascoltatore può riconoscersi. “Give It All Away” prosegue sulla strada dell’abbandono emotivo, mentre “Forget Me Not” rallenta ulteriormente i tempi e lascia emergere la componente più malinconica della cantautrice. La nostalgia non diventa mai melodramma; è piuttosto una presenza discreta, quasi una vecchia conoscenza che ogni tanto torna a bussare. Con “Next To Me” il disco ritrova una dimensione più calda e sentimentale, mentre “Wish You Were Here” introduce una vena nostalgica che dialoga perfettamente con il lato più folk del progetto. La scrittura di Ber funziona soprattutto quando non cerca di impressionare: poche immagini precise, melodie semplici e una voce che sembra parlare direttamente all’ascoltatore. “Bend”, uno dei brani più lunghi del disco, amplia ulteriormente questa dimensione introspettiva e prepara il terreno alla title track. E proprio “Good, Like It Should Be”, posta in chiusura, è il punto nel quale tutto il progetto trova la propria ragione d’essere. Quattro minuti e quarantaquattro secondi che non hanno bisogno di proclami: il titolo diventa quasi una constatazione, una frase pronunciata dopo aver passato troppo tempo a chiedersi se fosse lecito stare bene. Ber sceglie di chiudere il suo debutto con un’idea semplice ma tutt’altro che banale: la felicità non deve necessariamente essere conquistata attraverso il dolore, né deve essere sospetta quando arriva.

Dal punto di vista produttivo, Good, Like It Should Be mantiene un equilibrio intelligente tra la dimensione organica del songwriting e una confezione pop contemporanea. Il disco è stato scritto principalmente tra Pepin, Wisconsin, e Minneapolis insieme a collaboratori come Rob Milton e Bradley Hale, e questa doppia anima geografica sembra riflettersi nella musica: da una parte l’indie-pop moderno, dall’altra il calore della tradizione cantautorale americana. Il limite, se proprio vogliamo trovarne uno, è anche il rovescio della medaglia della sua principale qualità: la misura. Ber evita quasi sempre gli eccessi, le grandi deviazioni sonore, le soluzioni realmente sorprendenti. Chi cerca un album capace di spiazzare o di reinventare il linguaggio pop probabilmente dovrà rivolgersi altrove. Ma sarebbe ingeneroso considerarlo un difetto vero e proprio: Good, Like It Should Be non nasce per stupire a tutti i costi, bensì per raccontare con sincerità una fase della vita.

Ber ha costruito un debutto elegante, luminoso e soprattutto umano. Non è il disco della felicità urlata, ma quello della felicità finalmente accettata. La sua musica sa essere romantica senza diventare stucchevole, malinconica senza precipitare nel melodramma e pop senza perdere una precisa identità cantautorale. Good, Like It Should Be è, in definitiva, un disco che non pretende di avere tutte le risposte. Ha però imparato una cosa importante: qualche volta, quando la vita comincia finalmente a funzionare, non bisogna cercare subito il motivo per cui qualcosa potrebbe andare storto.

MAURIZIO DONINI 

Tracklist:

Good, Real – 2:49
Cool, Boy – 2:47
Who’s This? – 3:36
Smooth Ride – 3:01
Hey, Bluebird – 3:23
Book Cover – 3:22
Give It All Away – 3:14
Forget Me Not – 3:55
Next To Me – 3:19
Wish You Were Here – 3:06
Bend – 4:21
Good, Like It Should Be – 4:44

Credits:
Etichetta: Nettwerk Music Group
Data di uscita: 3 aprile 2026
Durata: 41:44
Rob Milton – autore e produttore di Cool, Boy
Bradley Hale – autore/mixing engineer e produttore in diversi brani
Luke Martin Brown – co-autore di Who’s This?
Austin Ward Sherman – co-autore di Hey, Bluebird
Corey Sanders – co-autore di Book Cover
Antony Ryan – mastering engineer su diversi brani

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VOTO

Band:
Ber / Berit Dybing – voce, autrice e performer

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