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BANDIT – Intervista al cantautore che presenta il nuovo album “Grigia”

BANDIT – Intervista al cantautore che presenta il nuovo album “Grigia”

In occasione dell’uscita del nuovo disco “Grigia”, ho avuto il piacere di intervistare Bandit, cantautore intelligente e sensibile che viene suo malgrado travolto dalla turbotamarragine della provincia più remota di Milano, finendo irrimediabilmente assorbito dalle discoteche e dalla ketamina. Come un Omero degli anni zero, tra il 2008 e il 2011 compone “Quando la luce grande della discoteca”, una fotografia amara e neorealista dei lunghi pellegrinaggi serali a caccia di vagina nei primi anni zero e delle strane creature che abitano queste zone d’ombra. Per dieci anni porta in giro chitarra alla mano quest’opera che nel sud di Milano diviene un piccolo cult, senza mai trovare tuttavia una veste definitiva. Nel 2023 entra in Bradipo Dischi, e con il loro aiuto riesce finalmente a produrre e a fare uscire ufficialmente nel novembre dello stesso anno il suo piccolo capolavoro underground.

Ciao e benvenuto su Tuttorock, “Grigia” è il tuo nuovo album, che riscontri stai avendo?

Ciao! Grazie, il piacere è mio. Mettendo mille virgolette, perché non ho dietro grandi imperi coloniali a spingermi, direi che la reazione del pubblico è ottima. Stanno apprezzando e la cosa mi sorprende abbastanza perché ho fatto un cambio di tono e di registro piuttosto importante rispetto al disco precedente. Non era scontato che chi mi amava prima continuasse a seguirmi. Si vede che involontariamente li ho educati bene.

Da cos’hai tratto ispirazione per scrivere i sette brani contenuti nel disco?

Da varie vicende della mia vita post universitaria, in particolare gli anni in cui ho fatto il copywriter in pubblicità passando dal lato oscuro della forza rispetto a quelle che erano le mie inclinazioni politiche. Lì ho assaporato tutti i dolori e i piaceri della Milano cool e glamour, e del turbo capitalismo. È stata una brutta botta. E poi ho tratto molta ispirazione da una bella storia d’amore.

Nonostante io abbia apprezzato l’intero album, “I sogni” è il mio brano preferito. Tu, per qualche motivo che puoi raccontarci, sei affezionato ad una traccia in particolare?

“I sogn”i è la migliore secondo me da un punto di vista poetico ed evocativo, però quella a cui sono più affezionato è “il parka”. Ci sono 10 anni di vita in quel brano, dopo averlo scritto mi sono sentito prosciugato. La trovo una simpatica e veritiera tipica parabola del comunista ai giorni nostri e provo molta simpatia a riguardare il me stesso di allora insieme al mio caro amico anarchico a cercare di cambiare il mondo senza neanche sapere come poi il mondo fosse effettivamente fatto.

Quando e come ti sei avvicinato alla musica?

Ho trovato una vecchia Ibanez di mia mamma a casa dei miei nonni e ho iniziato a strimpellarla. Mia mamma penso avesse suonato pochi mesi in vita sua ma ha subito trovato che questa mia attrazione spontanea per la musica potesse essere un passatempo costruttivo che mi tenesse lontano dalla droga e dalle cattive compagnie, ingenua. Così ho iniziato a prendere lezioni, ma l’ho fatto per giusto due anni, poi ho continuato da autodidatta, non mi trovavo coi corsi, a me veniva di scrivere canzoncine mie, mi scocciavo a suonare gli standard o gli assoli. Ma la svolta è stato impossessarmi del giradischi dei miei nonni. C’erano un sacco di dischi bellissimi degli anni 70, praticamente per anni ho solo ascoltato quelli. Quel periodo ha influito molto sul mio retroterra, e infondo erano anni orribili musicalmente, mi ricordo solo i Red Hot Chili Peppers come gruppo valido.

Una curiosità, il tuo primo album, “Quando la luce grande della discoteca”, è stato scritto molti anni prima della sua effettiva pubblicazione, come mai è uscito solamente nel 2023?

Perché nessuno lo ha capito, e i pochi che lo hanno capito mi chiedevano troppi soldi per realizzarlo, e io ero uno studente squattrinato. Quindi io l’ho registrato in casa con Audacity e l’ho buttato su Soundcloud, su cui ha fatto un bel giro, e l’ho portato in giro per anni. Alla fine nel 2022, quasi 10 anni dopo i bradipi mi hanno visto suonarlo integralmente a Isola e mi hanno proposto di farlo uscire bene.

Degli artisti di oggi c’è qualcuno che ti ha particolarmente colpito?

I Cani mi piacciono molto, e ho amato DIE di Io sono un cane. Anche il primo Vasco Brondi non mi era spiaciuto. Fuori dall’Italia l’ultima roba che mi ha inscimmiato sono i Molchat Doma.

Hai qualche concerto in programma?

Non nel brevissimo periodo, ma appena ne ho uno ti avviso, purtroppo per i pesci piccoli come me non è facilissimo trovare da suonare.

Quali sono i tuoi prossimi progetti musicali?

Vivere la mia vita e vedere se e cosa mi ispirerà di nuovo al punto da buttare giù un altro album. E magari suonare in giro un po’ di più.

Grazie mille per il tuo tempo, ti lascio piena libertà di chiudere questa intervista come preferisci.

Leggete realismo capitalista di Mark Fisher. Grazie a tutti per il vostro tempo.

MARCO PRITONI