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ASLI HADDAS – Intervista su INTERNATIONAL HORN OF AFRICA MUSIC FESTIVAL

ASLI HADDAS – Intervista su INTERNATIONAL HORN OF AFRICA MUSIC FESTIVAL

In occasione dell’INTERNATIONAL HORN OF AFRICA MUSIC FESTIVAL: al Parco Center di MILANO nei giorni 24 – 25 – 26 luglio (Le radici del suono – Ethiopian Vibe – Eritrean Soul), ho intervistato Asli Haddas, organizzatrice dell’evento e titolare del Gogol’Ostello Spazio Culturale.
Biglietti in vendita per sabato 25 e domenica 26 luglio: www.tickettailor.com/events/internationalhornofafricamusicfestival/2275325
 

Siamo alla prima edizione di questo festival, giusto?
Sì, è la prima edizione, è la prima volta. Secondo me — e lo dico senza fare la solita milanese — è la prima volta a Milano e in Italia che si parla in questo modo del patrimonio artistico e musicale del Corno d’Africa. Lo si fa anche con una formula un po’ diversa, perché cominceremo con una giornata di approfondimento accademico, o meglio, con una serata dedicata. Presenteremo i risultati di un progetto di ricerca cofinanziato dall’Unione Europea e condotto da due ricercatori: il professor Giampaolo Chiriacò dell’Università di Innsbruck e la professoressa Valentina Fusari dell’Università di Torino. Sono riusciti a recuperare delle incisioni datate tra il 1936 e il 1941 relative ai cantastorie di tutta la zona del Corno d’Africa, ricostruendo il loro modo di comporre la musica, le melodie e i testi. Testi davvero interessanti, perché all’epoca i cantastorie utilizzavano una tecnica compositiva molto diffusa chiamata “della cera e dell’oro”: una sorta di testo con due distinti livelli di significato. Quello della cera, più esplicito, e quello dell’oro, segreto e destinato a pochi. Finalmente queste incisioni vengono restituite alla collettività. Spesso, trattandosi degli anni dell’occupazione italiana dell’Etiopia, gli autori e i musicisti venivano lasciati nell’anonimato, imprigionati o torturati. Ora, grazie a questo progetto di ricerca, non saranno più dimenticati: verrà loro restituita la dignità e riconosciuto il valore intellettuale e artistico dei loro componimenti. Dopo la parte di approfondimento, nella stessa serata ci sarà un primo incontro con le due star del giorno successivo: HaddinQo, definito la star del masinqo (il violino monocorde della tradizione del Corno d’Africa), e Tommy T, ovvero Thomas Gobena, per quindici anni bassista dei Gogol Bordello. Oggi Tommy lavora ai suoi progetti personali con la sua band, i Ras Methat. Proprio come faceva nei Gogol Bordello — muovendosi tra contaminazioni gypsy, punk e rock — oggi fa la stessa cosa con la tradizione etiope, mescolandola con dub, elettronica e reggae per produrre un suono nuovo. Sarà bello rivederlo. Ho sempre avuto la passione per i Gogol Bordello (e ho persino dedicato il mio spazio, il Gogol’Ostello, a un gioco di parole con il loro nome!). Ho sempre amato la loro filosofia: non avere mai barriere, né geografiche né mentali, e quella voglia di sperimentare attraverso l’incontro per “vedere l’effetto che fa”.

Li ho visti dal vivo, hanno una grandissima energia!
Esatto! La carica, l’energia, ma anche il loro essere scanzonati, ironici e il mescolare le lingue. Eugene sul palco è straordinario, e poi c’era Pedro, il loro rapper ecuadoriano, una vera bomba insieme a Tommy. Sono sempre stati grandiosi.

Assolutamente sì. Insomma, il festival è una vera finestra sul mondo del Corno d’Africa, tra Etiopia ed Eritrea.
L’ultimo giorno, tra l’altro, è interamente dedicato all’Eritrea: faremo un approfondimento sugli strumenti e soprattutto sul krar, la lira che è alla base di ogni componimento musicale della tradizione. Verrà suonata per l’occasione da un musicista molto noto anche in Europa con la sua Sinit Band.

È molto interessante perché affrontate tanti aspetti culturali: le incisioni, la musica, ma anche la cucina…
La cucina perché condivide con la musica un linguaggio che unisce. Se la musica è bella per questo, la cucina è il momento in cui ci si siede e si concretizza la condivisione. Il catering del buffet sarà curato dal Ristorante Africa, una realtà storica della zona di Porta Venezia a Milano, quartiere che fin dagli anni ’60 è la base della comunità eritrea ed etiope.

Conosco bene la cucina etiope ed eritrea: c’è un ristorante molto buono qui a Bologna in cui vado spesso. Dallo zighinì agli altri piatti, è una cucina che apprezzo moltissimo.
Sì! E poi è il vero momento conviviale. Ormai ci sono varianti e ristoranti che servono piatti singoli, ma di base viene servito tutto in un unico grande piatto e si mangia con le mani. C’è proprio la materializzazione del concetto di condivisione.

Dal punto di vista musicale è affascinante come questi strumenti tipici non vengano usati solo per la musica etnica tradizionale, ma entrino nel jazz e in altre contaminazioni. È un bello sdoganamento portarli fuori dal loro ambito classico inserendoli in generi più mainstream.
Esatto, ed è proprio questo l’obiettivo del festival: togliere quegli automatismi che collegano la musica africana unicamente ai tamburi o alle danze tribali. Vogliamo mostrare che c’è uno spessore, uno studio profondo. Il masinqo, ad esempio — per fare un’analogia — rappresentava ciò che in passato era il cantastorie nelle corti medievali, il bardo o il cantante dei canti di resistenza. Era la figura che tramandava i racconti e le epopee di una famiglia; il suonatore di masinqo è stato il bardo per le comunità del Corno d’Africa. Aver mescolato questi strumenti con sonorità moderne — Tommy T lo fa a livello melodico, HaddinQo lavorando sullo strumento stesso — dimostra che parliamo di una musica elaborata e raffinata, proprio come il jazz. In Etiopia c’è una grande tradizione di Ethio-jazz che nasce proprio da questi presupposti: melodie costruite su scale pentatoniche ricercate, rielaborate poi con strumenti moderni. Vedrete sul palco anche i sintetizzatori, sarà davvero interessante.

Come ti è venuta l’idea di far nascere e portare avanti questo festival?
Come spesso mi accade nella vita, da cose che inizialmente non si sono realizzate! Tempo fa io e HaddinQo eravamo stati coinvolti in un progetto di beneficenza che poi è sfumato. Eravamo rimasti un po’ con l’amaro in bocca, ma abbiamo cercato di guardare il lato positivo: ci eravamo conosciuti. Ci siamo detti: “Dai, facciamo qualcosa insieme!”. Gli ho proposto un evento per far conoscere tutto questo patrimonio culturale. Parlandone poi con Tommy T, che era già mio amico, ci siamo detti: “Perfetto, concentriamoci sul Corno d’Africa”. È nato così l’International Horn of Africa Music Festival. La speranza è che questa prima edizione piaccia, così da poterla replicare e farla diventare un appuntamento fisso.

Era proprio la mia domanda successiva: l’idea è di renderlo un evento ricorrente?
Se questa prima edizione piacerà, sarà una grande soddisfazione poterla replicare, magari portandola anche in altri contesti.

Magari anche in altre città… Bologna, Brescia…
Magari a Bologna, volentieri!

Quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato nell’organizzare il festival?
Molti artisti vengono dall’estero, quindi c’è tutta la trafila burocratica per l’ottenimento dei visti. Poi incastrare gli impegni, gestire l’organizzazione a distanza e trovare uno spazio adeguato. Ho avuto la fortuna di trovare il PARCO CENTER, una realtà nuova di Milano il cui titolare crede molto nello scambio culturale e nella musica. Tra l’altro è il figlio di Arrigo Polillo, che per gli amanti del genere è stato lo storico del jazz per eccellenza e l’ideatore dell’enciclopedia del jazz in Italia. Questa forma mentis ha favorito tantissimo la scelta dello spazio, perfetto per le idee e lo spirito del progetto.

Da laureato in relazioni internazionali la domanda mi viene spontanea: in un momento politico in cui l’Europa sembra andare verso forme di chiusura, questo festival può essere un modo per mostrare che l’Africa non è solo ciò che passa al telegiornale?
Esatto, il problema è proprio questo. Uno degli obiettivi del festival è eliminare questi automatismi. Il primo, come dicevamo, è sul piano musicale: superare l’idea che la musica africana sia un tutt’uno fatto solo di tamburi e danze scatenate. Il secondo aspetto, se vogliamo politico — perché ogni azione culturale è anche politica —, è far capire all’Europa che l’Africa non deve essere costantemente problematizzata solo in termini di sicurezza e immigrazione. È un grave errore dell’Europa, figlio di un retaggio colonialista: una forma mentis che vede l’Africa solo come un continente da depredare o come la minaccia di un’invasione. Se invece si guardasse all’Africa come a un partner, se ne riconoscerebbe la straordinaria ricchezza artistica e culturale. In passato gli scambi, ad esempio scientifici tra Nord Africa ed Europa, esistevano ed erano enormi: algebra, alchimia e molti altri termini derivano dall’arabo proprio perché le comunità scientifiche si confrontavano, producendo scoperte che hanno migliorato la vita di tutti. Bisognerebbe tornare a quel periodo in cui le popolazioni desideravano incontrarsi per il piacere dello scambio di conoscenze e patrimoni. L’obiettivo del festival è proprio questo: cambiare lo sguardo sull’Africa, superare la problematizzazione e capire che da un continente così vicino e ricco si può avere solo da guadagnare. Non perché “ci devono pagare le pensioni” — che è un altro modo odioso e paternalista di vedere le cose —, ma semplicemente per allargare lo sguardo e scambiarci valore in quanto esseri umani.

Bellissimo. Vuoi aggiungere qualcosa in conclusione?
Prendete i biglietti! Sono disponibili sulla piattaforma Ticketmaster. Un ringraziamento speciale va all’ufficio stampa Parole & Dintorni, che è stato un media partner fondamentale per questo progetto. 

MAURIZIO DONINI

Venerdì 24 luglio: “Le radici del suono” – Checchia Reloaded. Ritorni sonori dal Corno d’Africa (serata ad inviti)
Sabato 25 luglio: “Ethiopian Vibe”:
Ore 18.00 – HaddinQo & Friends, “rockstar del Masinqo”, vincitore dell’Afrima 2025 come Best African Jazz Artist.
Ore 20.30 – Tommy T & Ras Metehat, ex bassista dei Gogol Bordello, icona globale e ambasciatore di un sound internazionale in grado di miscelare ethio-jazz, soul, funk e reggae.
Domenica 26 luglio: “Eritrean Soul”:
Ore 12.30 – Pranzo habesha
Ore 15.00 – Introduzione alla musica eritrea: un incontro culturale curato da Solomun Bahli, esperto di storia, strumenti tradizionali ed evoluzione della scena musicale eritrea.
Ore 16.30 – Live Showcase: il palco prenderà vita con il concerto della SINIT band, guidata dalla voce e dal suono ancestrale del Krar di Mulugheta Ketema.

fb: International Horn of Africa Music Festival
ig:www.instagram.com/intern.hornofafricamusic