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ALOSI – Intervista sul tour “COSE MOLTO CATTIVE”

ALOSI – Intervista sul tour “COSE MOLTO CATTIVE”

Pietro Alessandro Alosi – classe 1985 – è una delle figure più riconoscibili del panorama indipendente italiano, attivo da anni tra musica d’autore e sperimentazione. Già noto per il suo percorso con i Il Pan del Diavolo, ha sviluppato parallelamente una carriera solista caratterizzata da una scrittura diretta e fortemente identitaria, capace di intrecciare elementi di rock, folk e canzone d’autore. La sua produzione si distingue per un approccio narrativo intenso e per una costante ricerca espressiva, che lo colloca tra gli interpreti più interessanti della scena contemporanea. Lo incontriamo durante la tappa bolognese del suo tour di supporto all’ album COSE MOLTO CATTIVE– all’ Efesto House di Bologna…

Da Palermo a Pavia, passando per i palchi di tutta Italia, dai Pan del Diavolo alla carriera solista passando per tantissime collaborazioni – fino al live di stasera a Bologna: chi è Alosi – e che differenze ci sono rispetto all’artista che eri ad inizio carriera?
Dunque, ti rispondo con una domanda – ovvero la domanda che apre il primo brano del nuovo album: chi sei? Quindi la risposta dov’è? Non c’é. Io ti posso dire che comunque continuo a cercarmi per essere a mio agio in quello che scrivo e in quello che suono; quando ci sono gli allineamenti giusti allora mi ritrovo, mi ritrovo soprattutto nella mia musica e mi sento più vivo quando suono con la chitarra, in studio o su di un palco. Non posso dirti al 100% chi sono, ma posso dirti che sono me stesso quando suono. Poi sicuramente sono cambiato rispetto a ciò che ero ad inizio carriera, ma non ho modo di fare un “budget a consuntivo” riguardo a quanto sono cambiato. Ciò che resta è la voglia di fare musica in un modo sanguigno e passionale, di ricerca, in modo che il personaggio possa andare di pari passo con quello che scrivo. A tal proposito, il mio modo di comporre è leggermente cambiato, passando da una scrittura molto “orizzontale” con uso di figure retoriche e metafore, per lasciare molto spazio all’immaginazione, a una scrittura un pochino più “netta” – si direbbe più matura, nonostante sia un termine noiosissimo. Diciamo che cerco di essere tagliente e sincero nel modo più efficace possibile.

“Cose molto cattive” è il titolo del tuo ultimo album… ma i contenuti lo sono davvero? Si tratta di un concept album oppure c’è un fil rouge che unisce tutti i brani?
Il filo conduttore c’è, ma non in maniera letterale: da una parte è musicale – ovvero la voglia di contaminazione, con l’incontro di musicisti appartenenti a generi differenti, facendoli entrare nel mio percorso per poi “tradurli” nella mia musica. Un esempio è la collaborazione con musicisti latini nella traccia Vagabundo, ma anche le importanti backing vocals di Morena Vasile in Porta Dio e di Mimosa Campironi in Le fate. Insomma, c’era la voglia di conoscere e poi portare dentro la mia musica suoni e musicisti nuovi – ecco il filo conduttore. A livello concettuale invece si crea da solo: la vita è sufficientemente” concept” da poter fornire tutto ciò che serve, passaggio dopo passaggio. Poi dopo avere lavorato per parecchio tempo sulle canzoni – se si tratta di un lavoro fatto “a modino” si crea un sincronismo, una coerenza e una sincerità che viene poi portata anche nell’arrangiamento, fino a chiudere tutto nel momento della registrazione. Uno degli obiettivi di questo lavoro – canzone per canzone – è sapere come si inizia ma non sapere come si va a finire.

Uomini in nero è uno dei brani che mi ha intrigato di più: folk-blues “di frontiera”, parecchio cinematografico non solo nella citazione del ritornello (“dal tramonto all’alba”) – ma anche nell’immaginario che evocano le parole. A cosa è ispirato? Vi sono altri brani – come credo – sulla stessa scia?
Da una parte si, essendo un grande appassionato di cinema metto sempre della micro-citazioni – anche se i brani non sono direttamente ispirati a film. Mi piace inserire delle pillole di cinema: oltre al “dal tramonto all’alba” di Uomini in nero, in Vagabundo si cita “Tequila e Bonetti” ma anche “Arsenico e vecchi merletti” che diventano “vecchi serpenti” – dei piccoli ganci che magari possono capire in pochi. Uomini in nero mischia diverse carte: da una parte c’è la semplicità del blues – musicalmente e testualmente – che si rifà un po’ al mondo del Fred Buscaglione di “Che notte quella notte” oppure ”Noi duri” e quel tipo di immaginario: questi uomini in nero da una parte sono dei “Men in Black”, dall’altra sono dei piacioni che devono sempre chiedere scusa.

Come sta andando il tour di supporto al disco, che riscontri hai avuto? E alla base di questo, come giudichi lo stato di salute della scena musicale italiana al momento?
Il tour sta andando bene, soprattutto perché ho modo di incontrare persone fantastiche: non posso aspettarmi che la gente ascolti ancora gli album, ma forse a causa l’età che ha il mio pubblico qualcuno ancora c’è e la cosa mi fa molto piacere poiché mi fa capire che esiste ancora un fluido che scorre in giro. Ecco, io sono uscito un po’ dall’autostrada per viaggiare sulla Statale – sia per quello che offre il mercato per un artista come me, ma anche per auto-sopravvivenza perché è necessario che la musica vada da chi ne ha bisogno: inutile cercare di puntare a determinati club, quanto cercare di puntare più possibile al contatto con il pubblico. Questo rispetto a prima, richiede un tipo di professionalità diversa e ciò è reso possibile grazie a case salve della musica, posti in cui posso esibirmi come l’Efesto di Bologna dove suoneremo stasera, l’Arci Progresso di Firenze o il PunkFunk di Palermo. In generale la situazione è piuttosto complicata, lo sbigliettamento ad alto prezzo e alcune proposte musicali “schiaccianti” sono diventati il cavallo di battaglia di alcuni dei pochi live club rimasti – che in qualche modo devono cercare di rimanere a galla.

Quanto è importante per te la dimensione live, il contatto con il pubblico? Dopo tanta esperienza provi ancora un certo “brivido” prima di cominciare? Hai qualche rito preparatorio o scaramantico prima di salire sul palco?
Un rito scaramantico – che non so se stasera potrò fare, perché forse non l’ho portato – è quello di accendere dell’incenso, così che possa essere propiziatorio alla riuscita del concerto. La dimensione live è davvero importantissima, non potrei immaginarmi senza – sarebbe come rinunciare ad una parte di me e capire cosa resta dell’uomo. E’ un’azione della musica – un’azione naturale e vera della musica ancora prima dell’invenzione del fonografo, quindi si – ne ribadisco l’importanza. Il rapporto col pubblico è un po’ un dare e un avere – nel mio caso è più un avere: ho piacere che il pubblico si diverta, mi nutro inevitabilmente di quello. L’emozione c’è sempre, la tensione non manca mai. 

Si dice che si può togliere un siciliano dalla Sicilia ma non si può togliere la Sicilia da un siciliano: quanto le tue radici influenzano la tua musica, il modo di comporla e le tue scelte?
L’influenza è grande, non è una condizione senza la quale magari non avrei potuto continuare a scrivere – ma sicuramente non avrei cominciato a scrivere nella stessa maniera. Negli anni, pur cambiando città e muovendomi in continuazione, sono sempre tornato a Palermo per ricreare costantemente un contatto con le mie radici – non solo artistiche. Ricordarsi da dove si è partiti è molto importante anche per poi poter tagliare le radici, a volte. Pur vivendo fuori dalla Sicilia da molti anni, questo senso di appartenenza è ancora parte della mia cifra stilistica.

Parlando sempre delle tue origini, ci sono artisti tuoi conterranei che hanno influenzato il tuo stile o il tuo modo di scrivere ed intendere la musica? E chi altri – entrando “in continente” e fuori dallo stato?
Chiaramente la tua musica nasce da quello che ascolti, ma più che farti dei nomi vorrei raccontarti una situazione che per me è stata molto formativa, ovvero la Palermo della fine degli anni ’90 e il suo circuito di live club e centri sociali che io ho cominciato a frequentare molto presto, già dai quattordici/quindici anni. Da una parte c’erano posti dove imperversavano gruppi come i Raw Power o La Crisi, ma anche gruppi provenienti dall’estero – e la proposta artistica di Candelai, storico locale di Palermo che sotto la direzione artistica del compianto Maurilio Prestia ha portato in Sicilia band come i Blonde Redhead e tanti altri nomi di settore. Inutile dire che in ambo i posti ho visto tutto quello che dovevo vedere e sentire che c’era qualcosa di buono in giro stando comodamente a casa… non ne avrei potuto fare a meno!

Negli anni hai avuto modo di collaborare con tanti musicisti, sia in veste di produttore che di musicista: quale è l‘esperienza che ti ha colpito maggiormente? Con chi ti piacerebbe poter collaborare in futuro?
Tutti i musicisti con cui ho collaborato sono dei freak fuori da comune, quindi non ne posso escludere nessuno! La lista sarebbe lunghissima, da Fabio Rizzo a JD Foster, la collaborazione con Vincenzo Vasi – che suona il theremin con Capossela, i Sacri Cuori, Andrew Douglas Rothbard
Se dovessi pensare ad un episodio particolare, sicuramente l’esperienza fatta negli Stati Uniti sia in studio che live, è quella che mi ha lasciato il ricordo più indelebile. 9 – Durante i tuoi live non manca mai un brano proveniente dal repertorio del tuo progetto precedente, quanto è importante per te mantenere il legame con questa parte della tua identità musicale?
Da una parte è importante mantenerlo come esercizio mentale: è inutile chiudersi al passato, per un artista che scrive tanto, che vuole sempre cambiare, che persegue una carriera da solista è giusto puntare a qualcosa di nuovo, ma per me è importante mantenere il contatto col passato perché è come riconoscersi allo specchio. Lo faccio anche per la gente che mi viene a vedere affinché possa stabilire una connessione con ciò che è stato il mio percorso precedente, a cui cerco anche io di rimanere sempre connesso poiché non lo giudico morto o scomparso. 

Tanto girare per promuovere la propria musica porta con sé quasi sempre degli aneddoti da raccontare – qualche imprevisto, qualche sorpresa, qualcosa comunque di particolare: hai voglia di raccontarcene qualcuno?
Dovrei pensarci a lungo… troppe le cose che sono successe in questi anni e non tutte si possono raccontare. Magari nella prossima intervista…
Intanto mando un grande saluto a tutti i lettori di Tuttorock!

Santi Libra

Band:
Alosi

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