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AFRICA UNITE – Intervista a Madaski

AFRICA UNITE – Intervista a Madaski

Ho avuto il piacere di intervistare Madaski che torna con i suoi Africa Unite con un nuovo Ep “Nero su Nero – Manca il Fiato”, distribuito da Believe.

Dal 1981 ad oggi gli Africa Unite propongono il loro stile musicale fatto di ritmo in levare, reggae, dub, elettronica, rappresentando l’esempio di band più longeva e duratura del genere, in Italia. Hanno calpestato i palchi della penisola con costanza ed applicazione, e si sono guadagnati un’ottima considerazione anche all’interno di importanti festival europei.

Bunna e Madaski, da 45 anni, muovono le fila di questa grande esperienza che ha sempre privilegiato la coerenza nella sperimentazione, l’attenzione per le tematiche sociali e una grande attenzione alla tecnica musicale quali elementi fondamentali per la composizione del loro repertorio. Attenti e curati nel live, molto pragmatici e diretti, assolutamente scevri da atteggiamenti mistico – filosofici e dai luoghi comuni del genere, diretti nel comunicare il loro stile e la loro passione per la musica.

Ciao e benvenuto su Tuttorock, inizio subito col chiederti come sta andando il vostro nuovo ep “Nero su Nero – Manca il Fiato” sia dal punto di vista degli ascolti che da quello della critica.

Ciao Marco! Mi sembra che stia riscuotendo dei buoni consensi, ne emerge il senso principale e fondamentale che è quello estremamente pieno di argomenti attuali e che sottolinea un po’ questa società anestetizzata in cui stiamo vivendo, una società che sta rendendo possibile che accadano di nuovo delle cose terribili nel mondo e che ha come fulcro la denuncia di questa situazione globale.

Dai primi tempi degli Africa Unite com’è cambiato il vostro approccio verso il mercato della musica?

Sono cambiate tantissime cose, in 45 anni di storia degli Africa Unite abbiamo passato delle fasi all’interno delle fasi, mi spiego meglio, siamo usciti con la prima cassetta nel 1984, con il primo ep nel 1986, con il secondo nel 1989 e con il primo disco nel 1991, quasi non esistevano le etichette discografiche, ora c’è la rete e non esistono più di nuovo le etichette discografiche, abbiamo fatto insomma un giro a 360 gradi. C’è un punto che non è mai cambiato, ci siamo sentiti sempre indipendenti e, anche nei momenti in cui firmammo con delle major, abbiamo sempre scritto e suonato le cose che volevamo senza permettere a nessuno di toccare i contenuti e i suoni ai quali siamo particolarmente legati. È cambiato il suono negli anni, è cambiato il modo di distribuire la musica, è cambiato tutto ma quello che è rimasto uguale nel nostro essere è quell’approccio quasi punk che c’è sull’autoproduzione, non a caso io ho sviluppato quest’attività anche per altri dischi e altri gruppi, ho lavorato molto con il mio studio di registrazione in cui ci sono dentro anche ora fisicamente.

A proposito di cambiamento di suono, qualche anno fa avete pubblicato un disco con molta elettronica, con gli Architorti.

Visto che la nostra attività musicale è obiettivamente molto lunga, abbiamo cercato di perlustrare questo suono in tutti i modi, andando dall’elettronica al dub, dal reggae più tradizionale inglese dal quale siamo partiti per poi approdare all’italiano, alle collaborazioni quasi oniriche che abbiamo fatto con gli stessi Architorti, alle partiture per orchestra che abbiamo ricreato. In tutto questo sinceramente non ricordo quante volte io e Bunna siamo saliti su un palco insieme anche perché la nostra attività si concentra sul live che è sempre stato il punto forte e imprescindibile della nostra band.

Tornando a parlare del nuovo ep, com’è nata la collaborazione con i Circus Punk che troviamo in “Colla a Caldo”?

In maniera totalmente casuale, loro sono venuti ad un nostro concerto a Bergamo, stanno in quella zona che gli Africa Unite hanno battuto parecchio negli anni, è una zona forte a livello di pubblico. Arianna, la loro cantante, mi ha detto: “Avrei un pezzo reggae che mi piacerebbe lo producessi tu”, l’ho lasciato un po’ nel cassetto poi l’ho voluto includere in questo progetto e così è nata questa collaborazione. Sono venuti da noi, abbiamo fatto le voci e io ho fatto creato una base decisamente connotata sul suono degli Africa Unite, insomma, abbiamo fatto 1 + 1.

Con un ottimo risultato!

Ti ringrazio, non sta a me dirlo anche se a me piace, altrimenti non l’avrei fatto (ride – ndr).

A proposito di brani messi nel cassetto, so che “Dritto nel cuore” ha 10 anni, come mai l’avete ripreso in mano e stravolto?

Sostanzialmente perché non ero tanto contento dello spazio che aveva avuto, lo ritengo un brano molto bello, nato da una base di Alborosie con la melodia scritta da Bunna e il testo scritto da me. L’abbiamo reso un po’ più pianistico, era molto più basato sui fiati inizialmente, l’abbiamo fatto diventare un po’ più nostro, volendo comunque fare un omaggio all’autore, riprendendo un brano che pochi fan degli Africa Unite conoscevano bene. Adesso lo suoniamo live e rispetta la nostra personalità e quella di Alborosie.

“Uomini” vede la partecipazione di Tito Sherpa, con il quale già avevate collaborato nel disco precedente.

Sì, è una collaborazione che va avanti da un po’ anche perché siamo fisicamente vicini geograficamente, ci conosciamo da molto e a me piace molto il modo di scrivere che ha, usa metafore simili alle mie, quindi mi interessava coinvolgerlo nuovamente dopo diverse esperienze che abbiamo fatto insieme. Penso che potrà essere una collaborazione che potrà avere altri episodi, ci stimiamo ed è sempre un piacere averlo come ospite a qualche nostro live.

Il Silenzio dell’Assenso” invece che storia ha?

È un brano nato come inedito durante la lavorazione, “Uomini” era un brano dell’anno prima, poi abbiamo iniziato a scrivere nuovi pezzi e “Il Silenzio dell’Assenso” è uno degli ultimi che abbiamo elaborato dopo “Colla a Caldo”, insieme a “Brand New Jacket”. È un brano molto importante con un titolo evocativo, è roots reggae in pieno stile Africa Unite con un testo molto esplicito, d’altronde ti avevo già detto all’inizio che tutti i testi sono espliciti e parlano di cose estremamente reali. È il momento in cui si comincia a cercare protezione nella demagogia politica di questi giorni, quando si pensa di rifugiarsi in un futuro fatto di guerre, di interessi personali, di eliminazione della diversità, questo è il senso del brano. Mi viene in mente un nuovo politico di questi giorni che in realtà era un militare.

Hai parlato di questo brano, “Brand New Jacket”, la metafora di una giacca nuova che però ha gli stessi contenuti guerrafondai.

Cambia il vestito, cambia l’apparenza ma stiamo continuando a girare intorno ad una situazione che si colora sempre più di divise militari. La mia idea è che da molto siamo in questa terza guerra mondiale, non dichiarata ma subdola, presente da diversi anni, c’è una escalation totale, ci rifugiamo dietro le nuove giacche e i nuovi modi di dire ma di fatto siamo dentro ad un nuovo conflitto mondiale e molti non se ne rendono conto. Se ne renderanno conto quando sarà troppo tardi? Boh, non lo so, purtroppo la musica non può cambiare il mondo ma qualche input può darlo. Siamo a dei livelli molti subdoli, non solo quelli delle occupazioni dei territori o dei missili sparati ma siamo al controllo di tutto quello che fa parte della nostra esistenza, di tutti i cosiddetti dati sensibili, siamo al controllo della radice della vita stessa. Stanno cercando di omologare e eliminare tutto quanto, sembra anche questo un po’ demagogico ma, purtroppo, è una realtà.

Tra l’altro questo brano mi piace molto perché mi riporta molto agli Steel Pulse, tra l’altro ho un saluto da farti, quello di David Hinds che ho intervistato un paio di mesi fa e ha voluto riascoltare dal mio smartphone brano “Non è Fortuna” nel quale ha collaborato con voi.

Grande! Loro sono stati una grandissima fonte di ispirazione per noi, di solito ci si associa molto a Bob Marley quando in realtà abbiamo sempre cercato una tecnica più vicina al mondo del reggae britannico, e in questo gli Steel Pulse sono dei maestri, infatti David Hinds ha fatto quel featuring con noi che ho apprezzato tantissimo, loro sono sempre stati i miei preferiti e mi sono emozionato quando ho sentito la sua voce su uno dei nostri brani.

Dalla musica hai ricevuto tutto quello che avresti desiderato quando hai fondato insieme a Bunna gli Africa Unite o hai ancora qualche sogno nel cassetto?

La musica non finisce mai, se ti ritieni soddisfatto sei finito, un musicista ma, penso un artista in generale, non può mai ritenersi soddisfatto di ciò che ha fatto. Ho ricevuto molto e sono grato a tutti quelli che mi hanno seguito e hanno visto sia in me come solista che negli Africa Unite dei personaggi interessanti e degni di essere ascoltati e seguiti. Sto facendo delle altre cose, non mi piacciono le strade spianate, le autostrade, mi piace sempre andare in salita e controcorrente, ho fatto già un’anteprima di un disco molto particolare per pianoforte e violino, tornando alle mie radici classiche di diplomato di pianoforte nel lontano 1983. Lo sto finendo insieme a Marco “Benz” Gentile che suona la chitarra negli Africa Unite e che è diplomato in violino e viola. Stiamo facendo una sorta di musica contemporanea per pianoforte e violino con un leggerissimo uso dell’elettronica, ci stiamo molto concentrando sui nostri strumenti, il risultato non è molto fruibile, è un disco da ascoltare e in cui bisogna immedesimarsi un po’, comunque è una cosa che ci dà molta soddisfazione e avrà luce spero durante il prossimo inverno.

Dò questo consiglio ai musicisti, di non essere mai soddisfatti, cioè, mi sono espresso male, di essere soddisfatti sì, anch’io sono soddisfatto delle cose che ho fatto ma ho voglia di farne ancora, la musica è una cosa infinita e si può prendere ispirazione da mille cose e l’ispirazione non è la cosa fondamentale, che invece è rappresentata dal lavoro e dall’applicazione. Il segreto per un buon musicista è suonare molto, un musicista deve suonare, un cuoco deve cucinare, uno che costruisce le case deve costruire le case, sono tutti lavori degni di portare questo nome ma bisogna farli, invece spesso succede che i musicisti non suonano (ride – ndr).

Con gli Africa Unite avete già pianificato un tour o il calendario è in via di definizione?

Ti dico molto sinceramente che questo è stato un anno un po’ di trapasso, l’anno scorso abbiamo fatto questo progetto molto bello che ci ha riempiti di gioia, una cosa che rimarrà per molto tempo nelle teste di ognuno di noi. Abbiamo fatto questo tour col progetto The Originals insieme ai Bluebeaters suonando un repertorio enorme, con brani mischiati tra quelli nostri e loro più alcune cover, con una band di dieci elementi sul palco. Eravamo incerti se continuare quest’anno poi, per varie vicissitudini, abbiamo rimandato, abbiamo fatto uscire questo nuovo ep nostro perché c’era l’urgenza creativa di farlo uscire, abbiamo alcune date, non tantissime perché siamo partiti un po’ tardi ma continueremo e recupereremo il prossimo anno cercando di suonare un po’ di più.

Grazie per il tuo tempo, ti lascio piena libertà per chiudere l’intervista come preferisci.

Grazie a te! Una delle frasi più belle secondo me l’ho detta prima, la musica è infinita e il segreto per un buon musicista è di essere sempre vorace nei confronti di essa, cercando di nutrirsene il più possibile per produrne nuova, e ricordare che un musicista è un musicista se suona uno strumento, compresa la voce, i musicisti devono suonare e non far finta, di questo sono convintissimo.

MARCO PRITONI